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mercoledì, ottobre 27, 2004

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Lezioni di storia dal dentista

di Vittorio Lussana

(tratto da “L’Opinione delle Libertà” del 27 ottobre 2004)

 

Inevitabilmente si scatena la polemica sulla telenovela ‘Casa Mussolini’, ovvero la serata ‘alla naftalina’ mandata in onda dall’ineffabile ‘Cardinal Vesponi’ la scorsa settimana nel salotto di ‘Porta a Porta’. Curzio Maltese su ‘Repubblica’ ha trovato stucchevole il modo in cui si è sorvolato sul totalitarismo mussoliniano per parlare di lui – un lui con la 'elle' minuscola, si badi bene – in quanto buon padre di famiglia, nonno affettuoso e marito ‘quasi’ encomiabile.

scritto da maurocherubino
ottobre 27, 2004 18:15 / p-link / / commenti (1)

martedì, ottobre 26, 2004

...

 

 

 

 

 

 

 

Andreotti assolto

Il 15 ottobre, la seconda Sezione Penale della Corte di Cassazione ha confermato la sentenza della Corte di Appello del 2 maggio 2003. L'accusa, per il Senatore a vita Giulio Andreotti, era di Associazione per delinquere di stampo mafioso .

Si parla di assoluzione, ma forse e' il caso di leggere la sentenza.

Ecco alcuni stralci:

Giulio Andreotti ha "commesso" il "reato di partecipazione all'associazione per delinquere" (Cosa Nostra), "concretamente ravvisabile fino alla primavera 1980", che però è "estinto per prescrizione".

Nel 1979 Andreotti scende a Catania per incontrare il boss Stefano Bontade che minaccia la vita di Piersanti Mattarella: "Frena l'impeto dei mafiosi, prende tempo, li rassicura additando una soluzione "politica'". Poi torna a Roma e non fa assolutamente nulla. Non avverte nemmeno Mattarella della minaccia incombente. Bontate fa trucidare Mattarella nel gennaio '80.

Nella primavera '80 Andreotti torna in Sicilia (stavolta a Palermo) da Bontade, dopo il delitto Mattarella per "chiedere chiarimenti". Bontade risponde "con arroganza". Andreotti capisce che "era stato un grave errore immaginare di poter agevolmente disporre dei mafiosi e di guidarne le scelte imponendo, con la propria autorevolezza e il proprio prestigio, soluzioni incruente e "politiche" ai problemi insorti, era stato un abbaglio assegnare alla mafia il riduttivo ruolo di strumento di ordine e di controllo della criminalità... era stato, in definitiva, un grave errore intrattenere buone relazioni con i mafiosi, chiedere loro qualche favore, indurre in essi il convincimento di poter contare sulla sua amicizia".

Andreotti, per anni, "ha indotto i mafiosi a fidarsi di lui e a parlargli anche di fatti gravissimi (come l'assassinio di Mattarella) nella sicura consapevolezza di non correre il rischio di essere denunciati, ha omesso di denunciare le loro responsabilità, malgrado potesse, al riguardo, offrire utilissimi elementi di conoscenza".

Andreotti aveva una "propensione a intrattenere personali, amichevoli relazioni con esponenti di vertice di Cosa Nostra", per garantirsi "la possibilità di utilizzare la struttura mafiosa per interventi extra ordinem... forme di intervento para-legale che conferisce, a chi sia in possesso dei canali che gli consentano di sperimentarle, un surplus di potere rispetto a chi si attenga ai mezzi legali".

Nel caso Mattarella Andreotti "non si è mosso secondo logiche istituzionali, che potevano suggerirgli di respingere la minaccia all'incolumità del presidente della Regione facendo in modo che intervenissero per tutelarlo gli organi preposti e allontanandosi definitivamente dai mafiosi, denunciando a chi di dovere le loro identità e i loro disegni". Ma ha "dialogato con i mafiosi e palesato la volontà di conservare le amichevoli, pregresse fruttuose relazioni con essi".

Andreotti "indica ai mafiosi le strade da seguire e discute con loro di fatti criminali gravissimi da loro perpetrati... senza destare in essi la preoccupazione di venire denunciati", poi "omette di denunciare elementi utili a far luce su fatti di particolarissima gravità, di cui è venuto a conoscenza in di-pendenza di diretti contatti con i mafiosi". Così la mafia si rafforza e i boss si sentono, "anche per la sua autorevolezza politica, protetti al più alto livello del potere legale".

"E' condivisibile che i mafiosi si siano determinati ad alzare il tiro su un così eminente esponente del partito di maggioranza relativa anche perché supponevano di non incorrere in conseguenze pregiudizievoli in quanto contavano sull'appoggio di ancora più importanti personaggi politici ".















scritto da maurocherubino
ottobre 26, 2004 09:25 / p-link / / commenti (2)

domenica, ottobre 17, 2004

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Procreazione assistita, una legge sbagliata

 

a colloquio con il Dr. Giampiero Pepe, direttore clinico

della Mediterranean Association for Human Reproduct

 

di Mauro Cherubino

 

La legge 40/2004 - sulla procreazione medicalmente assistita - ha visto confrontarsi il mondo della politica, della cultura, della scienza. La proposta referendaria dei Radicali , delle forze politiche della sinistra e laico-riformiste ha ottenuto un grande successo, raccogliendo oltre un milione di firme. La legge è fortemente criticata negli stessi ambienti politico-culturali vicini alle forze politiche che l’hanno approvata, mentre c’e’ chi auspica una revisione senza il ricorso allo strumento referendario.

Ritengo, a questo punto, che il ricorso ad una modifica parlamentare di una legge approvata dal Parlamento non è lo strumento che possa condurci al ritorno alla ragionevolezza e che la cultura oscurantista, fondamentalista, reazionaria che l’ha prodotta debba essere sconfessata.

Il successo ottenuto con la raccolta di oltre un milione di firme e’ il successo della cultura laica del nostro Paese e' la risposta ad un Parlamento che ha prodotto una legge fondamentalista “ sotto una forte pressione confessionale”.

Sarà importante vigilare su questa ulteriore battaglia di civiltà, affinchè i cittadini non vengano derubati da chi - come il professor Sottile - tenta “ operazioni politiche” finalizzate ad annullare i possibili esiti referendari.

La Cassazione entro il 15 dicembre terminerà il suo lavoro di controllo sulla regolarità delle firme depositate, successivamente la Consulta si pronuncierà sulla costituzionalità del referendum.

Nel frattempo, Lettera 22 ha cercato di capire meglio gli aspetti di questa legge, cercando di cogliere il pensiero e l’opinione di chi ha competenza scientifica per pronunciarsi e farci meglio comprendere.

Il Dottor Giampiero Pepe si e’ reso disponibile ad un colloquio, con grande cordialità mi ha ospitato nel suo studio concedendomi un’ intervista.

Quarant’anni, romano, molto cordiale. Un medico, un uomo impegnato anche socialmente con “una pericolosa tendenza al ragionamento”.

Il Dott. Pepe e’ il Direttore Clinico della Mediterranean Association for Human Reproduction, struttura medica nata dall’esigenza di trattare tutta la complessa materia legata alla Riproduzione Umana secondo percorsi metodologici clinici ispirati a principi deontologici, etici e morali. Dal 1988 al 1992 ha lavorato con il Dott. Simon Fishel presso il Centro RAPRUI di Roma ottenendo la prima gravidanza al mondo mediante fertilizzazione di ovociti con l’uso di uno YAG laser (Lancet, 1992). Dal 1992 ad oggi svolge attività professionale presso la Casa di Cura Villa Europa all’EUR. Ha seguito stage di perfezionamento in Nottingham e Manchester (UK) presso i Centri CARE del Dott. S. Fishel. Ha notevole esperienza nel campo della Medicina e Chirurgia della Riproduzione Umana.

Dunque Dott. Pepe, grazie per avermi concesso questa intervista , ma da quanto ho compreso anche Lei e’ molto preoccupato dalle determinazioni prese dal Parlamento Italiano in materia di Fecondazione Assistita. Partiamo dalle cellule staminali embrionali :

Ci può spiegare cosa sono, cosa possono rappresentare per la medicina e perché sono state escluse dalla ricerca?

Volendo essere molto didattico, potrei dirle che le staminali sono cellule definite totipotenti ossia capaci di differenziarsi e prendere l’aspetto e la funzione delle cellule di ogni tessuto corporeo. E’ quindi piuttosto chiaro il vantaggio che si avrebbe nel momento in cui si potesse, mediante procedure tecniche standardizzate, indirizzarne lo sviluppo verso cellule epatiche, renali, cardiache, nervose, ematiche e così via. La medicina avrebbe la possibilità di guarire o, perlomeno, di trattare buona parte delle gravi malattie acute e croniche. Per completezza, va detto che tali cellule totipotenti sono già presenti in ogni tessuto corporeo e sono, ad esempio, rintracciabili e recuperabili dal sangue del cordone ombelicale al momento della nascita. Naturalmente, le cellule embrionali, proprio perché esistenti e recuperabili ai primordi dello sviluppo individuale, sembrano dare migliori garanzie in termini di totipotenzialità. Il divieto all’esercizio dell’attività di ricerca nasce, ufficialmente, dal fatto che il loro uso porterebbe al sacrificio di un embrione o, comunque, al suo trattamento mediante tecniche micromanipolative dichiarate invasive: se l’embrione viene dichiarato persona allora acquisisce piena autonomia nei confronti degli altri e della legge e diviene intoccabile come fortunatamente siamo (o dovremmo essere) noi.

Dottor Pepe, le prese di posizione differenti, trovano origine nei propri convincimenti culturali. Gli uomini della politica, della cultura, della scienza dibattono sull’argomento avendo una prospettiva di visione differente. Essa e’ riconducibile ai propri principi e riferimenti filosofici e religiosi. Ritengo che l’esercizio necessario, prima di successivi ragionamenti , dovrebbe essere un esercizio filosofico. La domanda “origine” : L’embrione è persona?

Non sono certo io a dover esibirmi in un tale esercizio. Però, in sedici anni di attività mai ho pensato che l’embrione potesse essere considerabile come non vitale. Le dirò di più. La vita è sempre presente: è già presente nello spermatozoo e nella cellula uovo ed entrambi derivano dall’essere umano che è vivo ed è stato embrione. Nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma: il fatto è risaputo. Nonostante ciò, l’embrione non è persona in atto sebbene lo sia in fieri. Può essere manipolato senza che provi dolore perché non ha un sistema nervoso propriamente detto e non ha una coscienza di sé per sé e rispetto agli altri.

Quindi ritiene possa essere liberamente manipolato.

Ritengo che lo scienziato debba accostarsi con rispetto alla sacralità della vita. Ritengo che egli debba rifarsi all’etica prima che alla legge, alla morale prima che alla religione. Auspico che ovunque l’approccio manipolativo, certamente invasivo, venga effettuato abbia come oggetto un embrione non persona ma gruppo di cellule finalizzate, vitali e totalmente dipendenti dall’uomo.

Quindi la sua posizione è per la ricerca sulle staminali embrionali?

Assolutamente sì. Non su embrioni prodotti appositamente ma applicata alla coppia specifica per problematiche specifiche su embrioni poi mantenuti in vita. La ricerca su larga scala dovrà avvalersi di cellule staminali recuperate in altro modo.

Abbiamo almeno due possibilità di affrontare il problema: la prima è che tutti donino qualcosa per tutti (come ad esempio la donazione di sangue, la donazione di midollo osseo, la donazione degli organi) rendendo necessario lo screening di compatibilità tra chi dona e chi riceve al fine di scongiurare gli eventi legati al rigetto del tessuto proveniente, comunque, da un estraneo; la seconda è che ognuno doni a sé stesso cellule staminali scongiurando le problematiche relative alla incompatibilità e al conseguente rigetto. Pensi solo al vantaggio biologico ed economico se ognuno dei nuovi nati nascesse con una dotazione di cellule totipotenti crioconservate.

Non la seguo.

Sto parlando del prelievo di sangue dal cordone ombelicale. Oggi questo è possibile ma il sangue prelevato è stoccato in banche pubbliche di crioconservazione finchè non risulti compatibile e quindi usabile per qualcun altro.

Mi chiedo perchè non si affronti mai il problema della impossibilità per ogni genitore di essere libero di crioconservare dove vuole il sangue del cordone ombelicale del proprio figlio per imprevedibili e scongiurabili usi futuri. Se ognuno avesse in dotazione le proprie cellule staminali non vi sarebbe necessità di cercare di produrle o prelevarle ad altri.

Torniamo alla procreazione assistita. Ritiene giusto il limite di tre embrioni da produrre per ciclo FIVET?

Opererei un distinguo tra embrioni prodotti ed embrioni trasferiti in utero. Lavorare con questi limiti si può, ed infatti lo facciamo. Ma si creano svantaggi alla coppia e, all’interno di questa, prevalentemente alla donna. Non essendo possibile mettere a punto terapie farmacologiche di stimolazione ovarica che consentano lo sviluppo di un numero massimo di tre follicoli e, quindi, il recupero di un numero di ovociti compreso tra zero e tre, siamo costretti ad usare solo tre degli ovociti recuperati ignorando (e siamo al paradosso) la spinta evolutiva di un ovocita a vedersi fecondato. Quindi, per legge, l’embrione è persona ma l’ovocita non è vivo o, se lo è, è non trattabile e quindi ignorabile. A nulla valgono, a mio parere, le giustificazioni di coloro che dicono che, d’altronde, ogni mese ogni donna perde almeno un ovocita (quando non gravida) perché si potrebbe obiettare che nella specie umana circa il 70% degli embrioni non attecchiscono e muoiono all’interno dell’apparato riproduttivo femminile.

Paradossalmente, ci sentivamo moralmente ed eticamente più corretti in precedenza, quando davamo il massimo delle possibilità ad ogni ovocita, ad ogni embrione trasferito in utero e ad ogni embrione crioconservato.

Per quanto riguarda il limite di tre embrioni da trasferire, questo è oggi una diretta conseguenza del numero massimo di embrioni da produrre ma ieri era una scelta convenzionale operata in quasi tutti i centri di riproduzione assistita.

Cosa pensa della Diagnosi Pre-Impianto?

Una possibilità diagnostica complessa ed eccezionale. Un passo avanti strategico nella diagnosi delle malattie geneticamente trasmissibili. Quando vietata, l’occasione perduta per limitare la diffusione tra la popolazione di malattie incurabili estremamente costose per la famiglia e la comunità. Quando impedita, l’esercizio legalizzato dell’egoismo di stato atto a creare la situazione in cui la coppia sia costretta a decidere di togliere la vita ad un organismo malato ma formato piuttosto che interrompere lo sviluppo di cellule vive ma indifferenziate. Nel primo caso il rimorso, immediato e/o postumo, è generalmente incontenibile e su sensi di colpa e rimorsi qualcuno agisce da secoli.

Si riferisce alla Chiesa?

Qualcuno ha detto che la 40/2004 pare scritta a quattro mani da chi non ha mai visto un centro di procreazione unitamente a esponenti della classe dirigente del clero. Non è mia competenza appurare il vero ma, fortunatamente, qualche giorno fa, un’anziana suora (mia maestra di canto alle elementari) mi ha detto: “…bravo, porta avanti la tua missione”.

Si dice che sia stata pensata per dar fine al “far west” riproduttivo?

Quardi, in molti hanno pensato e pensano che la 40/2004 sia stata approvata per dare un severo segnale alla classe medica mettendo fine a guadagni a tanti zeri.

Come le ho già detto, si dice che questa legge pare formulata da chi non ha conoscenza di centri di procreazione assistita. La fenomenologia di una scoperta medica o di una innovazione tecnologica in medicina è sempre pressocchè identica: all’inizio (quando è praticata da uno o da pochi) consente guadagni elevati ed anche elevatissimi (parlo, nel nostro caso, degli anni ’80 e ’90) poi tende ad assestarsi a valori tanto più bassi quanto più aumenta di numero di operatori.

Pertanto, i primi risultati sono:

- aver diminuito il numero di embrioni producibili per ciclo aumentando il numero di cicli totale per coppia (con vantaggio per i centri)

- aver impedito il congelamento di embrioni e l’uso di gameti donati diminuendo le incombenze, i costi e il rischio medico-legale per i centri ma ha:

- costretto le coppie a sottoporsi ad un maggior numero di cicli FIVET con maggior impegno in termini di stress psico-fisico ed economico

- spinto le coppie all’estero con maggior impegno in termini di stress psico-fisico ed economico e minore valutabilità del rischio legato all’uso di gameti donati

- determinato l’incontrollabilità dei centri (perché stranieri) con minore valutabilità del rischio biologico per la coppia e per la sanità pubblica in genere

- creato la possibilità di gabbare le restrizioni della legge mediante l’applicazione di tecniche vietate presso strutture clandestine (come successe per l’interruzione volontaria della gravidanza)

Lei che è un operatore del settore, cosa auspicherebbe?

Le rispondo molto onestamente. Da tempo aspettavamo qualcosa che non fosse necessariamente una legge (perché la poca normativa che avevamo sulla procreazione assistita, unita a quella sulle strutture sanitarie e alle norme civili e penali già in essere poteva bastare quando associata al normale esercizio della deontologia medica) ma anche un pronunciamento (tipo Linee Guida) che segnasse metodicamente la sequenza degli atti amministrativi e procedurali utili a standardizzare l’operato dei numerosi centri presenti sul nostro territorio.

Chi si comportava bene ieri non ha avuto grossi cambiamenti oggi ma, anzi, ha potuto evitare il trattamento di quei casi (peraltro scarsi) non suscettibili di trattamento omologo e gravati da grosso impegno organizzativo e medico-legale. Purtroppo, però, l’Italia (che era come sempre all’avanguardia) ha dovuto bloccare tutti i progetti di ricerca sulla diagnosi genetica pre-impianto dovendo aderire alla massima “meglio un aborto domani che un uovo oggi”.

Lei e’ un medico che guarda con grande sensibilità ed attenzione all’impegno sociale. Prima della nostra intervista - colloquiando - mi ha parlato di Alleanza Solidale. Mi puo’ spiegare meglio questo suo progetto?

Dove regna l'inerzia e l'indifferenza, c'è bisogno di noi. Alleanza Solidale è un progetto, sarà una comunità eterogenea, non avrà limiti di credo politico o religioso, non avrà un sesso nè un colore o un'età.

Avrà tempo e voglia di parlare, discutere, progettare, costruire e aiutare.
E’ nata per aiutare gli altri, bisognerà trovare persone, famiglie, istituzioni da sostenere moralmente ed economicamente. Bisognerà sensibilizzare la gente comune, le amministrazioni, le classi dirigenti, i politici spingendoli ad aderire ad un fine comune: difendere chi non ce la fa...
E’ nata anche per chi ha voglia di aiutare ma non ha il tempo materiale di farlo.

Per il momento e’ un progetto, abbiamo anche un nostro sito web.

Spero che faremo molta strada.

Dottor Pepe, ha firmato per il referendum per l’abrogazione della legge sulla P.M.A.?

Le rispondo volentieri che ho firmato anche se solo allo scadere del tempo utile. Ho firmato come uomo e non come medico perché anch’io ho avuto qualche difficoltà ad avere la prima delle due mie figlie. Ho firmato perchè ho conosciuto la disperazione discreta e dignitosa di chi si divide giorno dopo giorno tra ambulatori di riproduzione assistita e tribunali senza riuscire ad avere né figli propri né adottati. Ho firmato per riscrivere una legge che è statica, pesante, offensiva per la coppia e per il medico, accettata più dai pochi che dai molti.

Ho firmato perché grande parte del mondo scientifico ha firmato con me contro una legge nata dall’ignoranza sulla materia e dal più ostentato integralismo religioso.

Le posso chiedere quando si è convinto?

Mi sono convinto quando in una non recentissima trasmissione a tema condotta da Socci ed ambientata in una comunità "operativa" cattolica il Prof. Buttiglione richiamava tutti a pensare alle migliaia di embrioni lasciati a "morire di freddo". Un uso, me lo lasci dire, artatamente scorretto della credulità popolare.



scritto da maurocherubino
ottobre 17, 2004 01:05 / p-link / / commenti

venerdì, ottobre 15, 2004

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Vittorio Lussana a colloquio con Alberto Franceschini

Lettera22 rilancia l'interessante intervista grazie alla gentile concessione dell'autore

Alberto Franceschini:"Una situazione assurda"

di Vittorio Lussana

Alberto Franceschini è stato il fondatore storico, insieme a Renato Curcio, delle Brigate Rosse: ecco il suo parere sulla concessione di un provvedimento di clemenza nei confronti di Adriano Sofri.

Alberto Franceschini, qual è il tuo pensiero sulla vicenda Sofri dopo quanto accaduto?
“Penso che siamo di fronte ad una situazione veramente assurda: al di là dell’innocenza o della colpevolezza di Sofri, tutto si riferisce ad eventi talmente lontani nel tempo e così acclarati, da rendere il suo stato di detenzione una vicenda decisamente clamorosa. Anche se fosse colpevole, Adriano Sofri non è certamente persona che, una volta rimesso in libertà, reitererebbe il reato per cui è stato condannato”.

Ma tu ritieni che Sofri sia stato veramente il mandante morale dell’omicidio del commissario Calabresi?
“Su questo non sono in grado di dare una risposta, anche perché definire una persona ‘mandante morale’ è una questione assai complessa. Io sono stato condannato, ad esempio, come mandante morale ‘anomalo’ rispetto all’omicidio dei due fascisti di Padova del 1974. Ma la legge italiana, su questo punto, è talmente cervellotica che la definizione stessa di tale fattispecie di reato diviene difficile, per non dire evanescente. Dal punto di vista giudiziario, Sofri è stato condannato con sentenza definitiva, dunque legalmente è colpevole. Tuttavia, ritengo abbia tutto il diritto di dichiararsi, di pensarsi e di considerarsi innocente, poiché gli errori giudiziari esistono, eccome…”.

Cosa può succedere adesso, secondo te?
“La questione si è talmente complicata che è veramente difficile riuscire a capire cosa può accadere di nuovo. Personalmente, spero proprio che il Presidente della Repubblica, ad un certo punto, gli dia la grazia in piena autonomia. Ho letto che recentemente ha premiato con una medaglia al valore la moglie della vittima Calabresi: forse questo fatto può anche essere interpretato come un passo di avvicinamento ad un provvedimento di clemenza nei confronti di Sofri”.

Non pensi che il Presidente Ciampi si aspettasse dal parlamento una riforma costituzionale che elimini la dualità di potere tra Capo dello Stato e Ministro di Grazia e Giustizia nell’ambito giuridico di concessione della grazia?
“Se così è, allora vuol dire che dovremo attendere altri anni. In ogni caso, sia dal punto di vista legale, sia da quello costituzionale, mi sembra difficile prevedere cosa potrà accadere in futuro. La situazione rimane assurda: da una parte c’è Adriano che si è fissato a non voler chiedere il provvedimento, poiché si ritiene innocente. Dall’altra, a livello politico, l’attuale Ministro della Giustizia è esponente del partito più ostile a qualsiasi provvedimento di clemenza nei suoi confronti. E’ una situazione di stallo”.

Il Quirinale ha anche fatto sapere che l’interpretazione corretta dell’art. 89 C. è quella di un potere di concessione della grazia che dev’essere espressamente controfirmato dal Ministro di Grazia e Giustizia, vincolando così l’utilizzo giuridico dell’articolo 681 del codice di procedura penale…
“Si tratta di un vincolo giuridico, non politico: il vero problema è che la Lega Nord è contraria a proporre il provvedimento e il Capo dello Stato non può forzare la ratio di una norma costituzionale”.

Che cosa pensi della grazia in generale: la vedi come un atto di debolezza?
“Anche intorno alla questione della grazia in sé, si è fatta molta demagogia: essa non è affatto un atto di debolezza. Anzi, dopo tanti anni lo Stato avrebbe finalmente l’occasione di manifestare il proprio buon governo, la propria razionalità e la propria capacità di comprensione di come si muovono le cose nel mondo, proprio in un momento delicato come questo. La grazia per Adriano Sofri non sarebbe un atto di debolezza dello Stato, checché se ne dica…”.

E come si sono mosse le cose, nel mondo, in certi anni?
“Se ti riferisci agli anni ’70, essi sono stati molto diversi da quelli attuali. Era un tempo in cui vigeva l’emergenza terroristica, nel nostro Paese, un’emergenza interna, diversa da quella di adesso: il nemico era in casa, non fuori dai confini. In quegli anni ci sono stati una serie di eventi sanguinosi i quali, però, non sono di certo attribuibili all’estrema sinistra”.

Tu ritieni sia ormai maturo il tempo per gettarci definitivamente alle spalle i cosiddetti ‘anni di piombo’?
“Come ho anche scritto nel mio libro, uscito di recente e intitolato ‘Che cosa sono le BR?’, credo proprio di sì. Credo cioè che, rispetto a ciò che è stato il nostro terrorismo degli anni settanta, si stia ormai avvicinando il momento per chiudere una ‘partita giuridica’ per iniziare una riflessione seria da un punto di vista storico-politico. La qual cosa, in verità, non è ancora stata fatta”.

E cos’altro racconti nel tuo libro?
“Intanto, il mio è un libro-intervista: il giornalista di ‘Panorama’ Giovanni Fasanella mi pone una lunga serie di domande, alle quali io rispondo rileggendo, il più sinceramente possibile, quel periodo. C’è poi una postfazione del giudice Rosario Priore, ovverosia proprio del magistrato che ha indagato su tante vicende di quel periodo. Insomma, è il tentativo di costruire un ragionamento di confronto fornendo giudizi, spiegazioni e pareri fra soggetti molto diversi, intorno ad un’epoca vissuta in maniera differente o su versanti addirittura opposti: ad esempio, negli anni ’70 Fasanella viveva a Torino, faceva il giornalista a ‘l’Unità’ ed era stato condannato a morte dalle Br…”.

Quali considerazioni conclusive hai raggiunto tramite questi ragionamenti?
“Il libro non arriva a delle conclusioni specifiche perché, purtroppo, la storia del terrorismo italiano è talmente intricata che ancora è presto per tirare delle somme definitive. E’ il tentativo di rilettura di un percorso per fornire la mia interpretazione soggettiva di quegli anni, anche in base alle esperienze vissute e ai rapporti con le persone che li hanno caratterizzati, basandomi su elementi certi di prova giuridica, poiché esistono numerosi atti che possono dare informazioni credibili riguardo a molte cose…”.

Anna Laura Braghetti ti ha citato nel libro ‘Il prigioniero’ mettendoti in relazione al sequestro del giudice Sossi: fosti tu ad organizzare quell’operazione?
“Sì, fui io. Infatti, nel mio libro, in un certo senso rispondo ad Anna Laura in maniera dettagliata, dicendo cose che fino ad oggi non sono mai state chiarite. E che possono anche venir riallacciate al sequestro Moro come eccellenti ‘chiavi’ interpretative”.

Sossi però venne rilasciato: perché ciò non fu possibile con Moro?
“Probabilmente, proprio per quello che ho scritto: nelle due vicende hanno giocato un ruolo importante motivazioni politiche, ma anche altre di tipo personale, caratteriale e di natura antropologica di chi ha ideato l’azione del sequestro Moro, convinzioni che io, già allora, ritenevo sbagliate. I soggetti che hanno gestito l’operazione Moro ragionavano all’interno di una logica fortemente ideologico-dimostrativa. Tale caratteristica era già presente nell’operazione Sossi: alcuni di noi erano per la liberazione, altri per la condanna a maorte del magistrato”.

Intendi dire che nelle Brigate Rosse era presente un’ala 'trattativista' nei confronti dello Stato?
“Sto dicendo che c’era un’ala effettivamente politica, che concepiva le azioni all’interno di una logica di obiettivi e di risultati politici. E’ chiaro che, se si vuole arrivare a ciò, devi considerare dei punti di compromesso possibile con la controparte, poiché la politica stessa è la ricerca di un punto di incontro. Ma nelle Br si stava ormai evidenziando un’altra componente, più fondamentalista, che faceva capo a Moretti, la quale, più che alla politica, era legata a dei principi ideologici secondo i quali il problema principale era dimostrare che le Br erano risolute e assolutamente in grado di rimanere estremamente coerenti, andando sino in fondo ai propri intendimenti”.

Dunque Moro muore a causa della 'coerenza dimostrativa' delle Br?
“In quella vicenda ha finito col prevaricare la componente cultural-caratteriale dei soggetti che hanno gestito quella partita, i quali avevano già tentato di condizionare il sequestro Sossi proprio al fine di indirizzare la vicenda in un modo diverso. Ma ci sono anche altri elementi interessanti da analizzare: movimenti e mosse di vario genere da parte di alcuni settori di potere dello Stato. Ed anche questo era già percepibile nel corso del ‘sequestro Sossi’. Nel mio libro viene documentato proprio il fatto che uno degli uomini chiave dell’operazione era un elemento legato agli affari riservati. E questa non è una cosa che sto inventando io adesso: esiste agli atti giudiziari”.

Quindi, i servizi segreti avevano già da tempo infiltrato degli uomini tra di voi?
“Certo, uomini che sapevano bene sin dall’inizio quel che stavamo facendo e che erano intenzionati a manovrarci. Le azioni ideate in quegli anni, come minimo ce le hanno lasciate fare, nel tentativo di condizionarci lungo il corso delle operazioni. Ed erano loro a volere la morte del giudice Sossi. Ma per ulteriori approfondimenti vi rimando al mio libro, nel quale quel che sto dicendo viene ben documentato”.

Secondo te, gli italiani sono un popolo giustizialista o possono ancora vantare quel famoso primato morale e civile di cui ha scritto Cesare Beccaria?
“Credo che, nonostante tutti i tentativi di Giuliano Ferrara di far diventare dei terroristi, islamici o cristiani, anche noi, in un Paese come il nostro forme estreme di terrorismo non possano funzionare, poiché esiste una profonda cultura degli italiani che si rifà al cristianesimo e al cattolicesimo. Resiste ben viva, cioè, una cultura della mediazione, del trovare un punto di compromesso, che rimane valore forte, importante, per gli italiani, assolutamente da salvaguardare. E dico ciò, riflettendo proprio alla luce della mia esperienza personale”.

Eppure, certe forze politiche sembrano talvolta subire il fascino di un certo populismo…
“Sì, talvolta accade, ma il qualunquismo dell’italiano medio rimane componente sociale minoritaria, esposta a rischi di ‘plasmabilità’, anche se può risultare pericolosa, in quanto utilizzabile in vario modo. La Lega, ad esempio, cerca di intercettare questo tipo di inculturazione, a fini di protesta demagogica, nelle aree del nord. An, talvolta fa lo stesso nel sud. Inoltre, esiste una certa componente provincialista dell’italiano: quella di farsi innanzitutto gli affari suoi, ripiegando esageratamente sul privato per una sorta di cattiva abitudine piccolo-borghese”.

Socrate diceva che, in teoria, il governo dei filosofi e dei sapienti era cosa buona, ma che nella pratica rischiava fallimenti clamorosi: tu che ne pensi?
“Noi uomini di sinistra, che siamo stati anche di sinistra estrema, dovremmo riservare qualche riflessione in più sulla soggettività, sulle specificità e sulle variegate identità culturali degli italiani, anche se questo processo è molto difficile, in quanto carico di complessità. Il dinamismo di trasformazione di una società deve essere affiancato da migliori basi culturali. E la nostra riflessione deve dirigersi maggiormente al momento storico in cui si è realizzata l’unità nazionale, poiché già allora erano emerse contraddizioni importanti sull’indirizzo complessivo, regionalistico o centralistico, del Paese”.


























































scritto da maurocherubino
ottobre 15, 2004 19:37 / p-link / / commenti (1)

mercoledì, ottobre 13, 2004

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Si informano tutti gli amici e compagni che presso il sito www.rainews24.rai.it, cliccando alla voce NEXT, trasmissione di approfondimento politico in onda sulle frequenze satellitari di Rainews24, si potrà assistere in video alla lunga intervista televisiva concessa ieri dal Vicesegretario Nazionale del Nuovo PSI, On. Bobo Craxi, al giornalista Piero Di Pasquale. La visione dell’intervista è divisa in cinque parti, per la vastità degli argomenti toccati nel corso dell’ampio ‘faccia a faccia’ e, per assistere alla registrazione, è necessario cliccare sulla voce VIDEO, a seconda dei temi che più vi interessano.

scritto da maurocherubino
ottobre 13, 2004 20:53 / p-link / / commenti

lunedì, ottobre 11, 2004

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Nicotri, ma che "cavolo" hai scritto?

 

di Vittorio Lussana

 

A parte il fatto che il Dott. Pino Nicotri entra in contraddizione con se stesso allorquando dichiara di essere schifato dalla nostra informazione nazionale – ambiente di cui anch’egli fa parte e che, per sua stessa ammissione, continua professionalmente a frequentare -, non ho ben compreso il motivo del livore con cui ha risposto al povero Mauro Cherubino, il quale aveva recentemente criticato, sul sito web www.ilcassetto.it, testata telematica rispettabilissima, il suo ultimo lavoro intitolato “L’arcitaliano Giuliano Ferrara” (Kaos edizioni). Infatti, se l’autore è così indignato nei confronti degli ambienti giornalistici ‘nostrani’, credo sia tranquillamente libero di cambiare Paese. E se anche egli è così ingenuo da immaginare di poter cambiare il mondo, ritengo allora doveroso avvertirlo che, sin dai tempi della critica marxista all’utopismo ‘bakuniano’, sarebbe meglio prendesse atto che la realtà che ci circonda muta da sola, e che l’unico vero problema di una coerente gestione evolutiva delle cose è quello di fornire loro una sana capacità di auto-organizzazione.

Detto questo, possiamo passare all’oggetto del contendere: Giuliano Ferrara. Il torto del libro di Nicotri, che a mio parere Cherubino ha colto dignitosamente - e che forse l’autore non ha ben compreso -, è quello di aver dato eccessiva importanza al personaggio Giuliano Ferrara, istrionico e ‘battutista’ per natura, senza analizzare approfonditamente l’uomo. Di Giuliano Ferrara, amici comuni me ne parlano sin dagli anni della mia adolescenza: in quel tempo, lavorava come un matto saltando ogni notte in macchina per portare personalmente le bozze in carta ‘cipollina’ dei suoi quotidiani in tipografia. Ha lottato e lavorato duramente, per riuscire ad affermarsi. E Dio solo sa quanto ciò sia difficile, in Italia, dove un giornalista si ritrova spesso ‘sotto schiaffo’. Essere un giornalista vero, nel nostro Paese, significa ‘mangiare merda’ almeno per venti anni: Nicotri, questo, lo sa?

Il ricatto che subisce un giornalista è il seguente: vuoi fare il mestiere più bello del mondo? Allora resta ‘a ruota’ dei potenti e muori! Nicotri ciò lo ha compreso, oppure vive ancora l’illusione intellettualistica del giornalismo come quarto potere? Fare informazione, soprattutto riuscire a farla alla Giuliano Ferrara, non è impresa che possa venir giudicata in una maniera qualsiasi. Ferrara, allorquando si tratta di sapere quali saranno le nomine dei più alti funzionari di enti e ministeri, spesso ha il nome dell’incaricato prima ancora che il ministro lo proponga: Nicotri ne è consapevole? Si rende conto dei prezzi che un giornalista deve pagare per raggiungere determinati traguardi professionali?

Frequento Mauro Cherubino da alcuni anni. E’ un ragazzo moderato e simpatico, che non conosce minimamente la foga nell’esprimersi: dove la vede Nicotri? E la questione che egli ha voluto porre è semplicemente la seguente: “Nicotri, ma che ‘cavolo’ hai scritto”? Ovvero, la classica domanda che un qualsiasi caporedattore porrebbe ad un proprio giornalista il quale, anziché limitarsi a raccontare i fatti principali o i difficili passaggi professionali di un personaggio, pretende di spiegare ai lettori il significato della vita: non è più giornalismo, questo, ma saccenza.

Infine, Nicotri ritiene di giudicare egli stesso la fetenzia delle ‘anime’ in circolazione. Poi, però, nel merito della bisessualità di Ferrara, dichiara di non essere un moralista: ma, allora, quando Nicotri è un moralista e quando non lo è? Dipende forse dal momento o dalla convenienza contingente? Ci son dunque due persone in lui? Guardi, Nicotri, non si offenda: qui il problema non è quello di ‘farsela sotto’ davanti a Ferrara, bensì di comprendere il futuro di una professione che abbiamo l’onore e l’onere di esercitare con responsabilità, umanità e consapevolezza sociale. Senza cioè andare a cercarsi un bersaglio a tutti i costi - per quanto fisicamente ben individuabile esso possa risultare -, poiché ciò rappresenterebbe una cattiva politica, e non certo informazione.

scritto da maurocherubino
ottobre 11, 2004 19:22 / p-link / / commenti (1)

lunedì, ottobre 11, 2004

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Mi inchino al Cherubino:

che voli in pace

di Pino Nicotri

Anche Pino Nicotri vuole mettere fine al ping pong iniziato da Cherubino con una recensione stroncatoria del suo libro "L'arcitaliano Ferrara Giuliano".

Non ho nessuna intenzione di raccogliere le nuove affermazioni di Cherubino. Che voli alto, anzi altissimo nelle profondità dei cieli. Amen.

Forse ho fatto male a rispondere civilmente a uno che si è permesso di attribuirmi "disonestà intellettuale" e altre squisitezze.

E' comunque dimostrato che la sua "recensione" era solo veleno fegatoso, basata sul non avere neppure letto il libro o averlo letto senza capire cosa c'era scritto.

Strano modo di ragionare anche quello del titolare del sito "Il cassetto" che pure ha messo in rete la "recensione" cherubinica: si adonta del fatto che non mi sono documentato sul suo sito e di non essermi preso la briga di approfondirne natura e intenzioni prima di definirlo - ah, che colpa grave e criminale la mia! - "sito di recensioni".

Non so se mi sono spiegato: il cassettista si adonta per la definizione di "sito di recensioni", e pretende che mi documentassi sul suo sito prima di scrivere al Barbiere.

Ma dico: non doveva semmai essere lui a documentarsi e a fare delle verifiche PRIMA di rifilare al pubblico una "recensione" che era solo malanimo offensivo?(Ammesso e non concesso che certe bave possano minimamanete offendermi).

E non dovrebbe baciarmi le mani, il cassettista, come Cherubino, per non averlo (ancora) portato in tribunale?. Ma questi tizi davvero pensano di avere una licenza di killeraggio e di offese "a gratis"?

E poi sotto col solito refrain "il grande giornalista de L'Espresso non si prende la briga....", che chissà che cazzo c'entra.

Mettetevi l'animo in pace. Io ho dato il mio ok perché a Giuliano Ferrara, che lo aveva esplicitamente chiesto all'editore Kaos, venisse spedito già tre settimane fa l'intero file del libro, bell'e impaginato, in formato PDF. Ferrara intendeva pubblicarlo a rate con le sue note sui miei - a suo dire - errori e imprecisioni.

Buon segno di capacità di ironia e spregiudicatezza, da parte di Ferrara, doti che io apprezzo ed esercito (o almeno ci provo).

Non temo lo sputtanamento, e sono aperto al confronto, anche se brusco, anche se a base di berlina su Il Foglio tramite chiose e note a piè di pagina. Anzi, chiose e note servirebbero a completare e migliorare la "Biografia di un Machiavelli contemporaneo", come ho sottotitolato il libro.

Incrociare il fioretto con Ferrara mi onorerebbe, anche se ne riportassi qualche ferita: del resto, io nel libro non sono stato tenero con lui, non vedo quindi perché dovrebbe esserlo lui con me. Siamo uomini, non caporali. E neppure Cherubini.

Ma se l'Elefantino non si è precipitato a sputtanarmi su Il Foglio, e ancora oggi è indeciso sul da farsi, vuol dire che nel libro - e Ferrara a differenza del Cherubino e del cassettista il libro se l'è letto! - c'è ben poco da farmi il culo.

Caro Cherubino, per penitenza tre Pater, Ave e Gloria. Il cassettista, invece, può restarsene nel cassetto.

Grazie.

Pino Nicotri

tratto da Il Barbiere della Sera 11 ottobre 2004



































scritto da maurocherubino
ottobre 11, 2004 17:42 / p-link / / commenti (1)

sabato, ottobre 09, 2004

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Duellanti e anime pavide

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