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lettera 22 di mauro cherubino
della politica, con qualche distrazione. pensieri notturni lanciati in rete come coriandoli

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lunedì, gennaio 31, 2005

...

 

Chi è il vero papà di Alleanza nazionale?

Si e' conclusa ieri la convention di Alleanza nazionale  per la celebrazione del decennale della svolta di Fiuggi.  Nel concludere la manifestazione Gianfranco Fini ha ricordato ai militanti  di "non essere piu' figli di un Dio minore" .  Senza dubbio, l'attuale leader ha condotto il Movimento Sociale Italiano  in una ascesa continua, dai giorni in bianco e nero della storia passata, ai giorni della storia recente  dipinti di azzurro.  

Il leader di Alleanza nazionale si vede costretto - per il momento - alla rinuncia nel porre in atto gli ulteriori passaggi futuri, necessari e non rinviabili.  Spegnere la fiamma tricolore che arde nel cuore dei militanti del suo partito,  creare le condizioni politiche interne che conducano al partito unico.

I "cambiamenti" avvenuti sulla scena politica italiana  hanno favorito l'ascesa del partito di Fini, ma non solo,  spesso la storia contemporanea in politica e' frutto di progetti e pensieri lunghi...

Lettera 22, ritiene di interesse rilanciare un articolo pubblicato nell' aprile scorso dal quotidiano L'Indipendente a firma di Camillo Spina.

“Chi è il vero papà di Alleanza nazionale? Chi, tra Giorgio Almirante e Silvio Berlusconi? La svolta di Fiuggi scaturì dal famoso sdoganamento dell'autunno del '93, quando il Cavaliere si pronunciò per Fini sindaco di Roma. Premesso ciò, diventa più facile addentrarsi nelle 150 pagine di “Prima di Fini”, libro edito da Bastogi e che ripercorre con dettagli inediti e preziosi la breve storia di Democrazia nazionale.

In genere, i cultori e gli esperti della nostra storia repubblicana agganciano i loro ricordi di Democrazia nazionale alla vulgata tradizionale. Cioè, un piccolo partito che nacque con una scissione dal Msi almirantiano e che si vorrebbe finanziato e aiutato da Giulio Andreotti e Licio Gelli, il venerabile della P2.

Una lettura, questa, che invece oggi si dimostra non solo superficiale ma del tutto sbagliata. Merito soprattutto delle rivelazioni di “Prima di Fini”. Il libro si basa sulla testimonianza di Raffaele Delfino, già segretario di Dn, intervistato da Marco Bertoncini e si avvale della presentazione di Aldo A. Mola e della prefazione di Francesco Perfetti.

Scrive Perfetti: «La vicenda di Democrazia nazionale fu breve, tre anni appena dal dicembre 1976 al dicembre 1979: il movimento apparve e scomparve come una meteora nel cielo della politica italiana (...). Tuttavia è una vicenda che rappresenta, per un verso, un capitolo significativo della storia della destra italiana del secondo dopoguerra e, per altro verso, un tentativo di razionalizzazione di un sistema politico ingessato proprio dalla mancanza di una componente di destra moderna e moderata».

Il punto sollevato da Perfetti è centrale nel racconto di Delfino: quasi trent'anni prima di An e quindi di Gianfranco Fini (di qui il titolo), Dn tentò di dare un volto moderato, liberale e riformi sta alla destra italiana. Soprattutto, cercò di inserire la destra nella "politica delle alleanze". Non a caso, nacque in un contesto politico molto convulso, quello del terzo governo Andreotti basato sull'astensione del Pci.

Siamo nel 1976, gli anni del terrorismo rosso. Per arginare il fattore K, e per cominciare a offrire una sponda moderata di destra alla Dc, uomini come Delfino e Ernesto De Marzio proposero a Almirante di far astenere anche il Msi. Spiega Delfino: «Avrebbe voluto dire azzerare l'astensione decisiva del Pci e interdire il gioco del compromesso storico fin dalle prime battute. L'astensione non solo avrebbe ricollocato la destra nella piena agibilità parlamentare, ma avrebbe riaperto in sede internazionale il discorso con i nostri alleati atlantici, ai quali il voto determinante del Pci veniva giustificato con la mancanza di un'alternativa parlamentare». Invece, Almirante scelse di votare contro, una linea che Delfino definisce isolazionista, e gli uomini di Dn, che comunque si astennero, nel giro di tre mesi, dal luglio al dicembre del 1976, trasformarono la loro corrente missina in un partito.

Così, dopo aver sfatato la leggenda andreottiana («Gli americani mi dissero che Andreotti non gradiva un appoggio da destra»), Delfino rivela chi fu il primo finanziatore di Dn. Ovvero, Silvio Berlusconi. Lo stesso imprenditore quarantenne che in quegli anni sosteneva Comunione e Liberazione e diventava editore del Giornale di Montanelli.

A conoscere bene Berlusconi era il segretario amministrativo di Dn, Giannetto Borromeo D'Adda. L'incontro avvenne a Arcore. Racconta Delfino: «Silvio ci portò in una mansarda: il suo pensatoio. Condivise il nostro progetto politico per trasformare il Msi in una destra democratica e c'indicò come suo referente nella Dc, Mazzotta, all'epoca vicesegretario nazionale della Dc. Lo incontrammo. La cifra del prestito era di cento milioni che conclude Delfino - gli restituimmo quando Dn, diventata partito, ebbe ottenuto il finanziamento pubblico. Sorpreso ci disse: "È la prima volta che degli uomini politici mi restituiscono soldi"».

Torna, quindi, la domanda iniziale. Chi è il vero papà di Alleanza nazionale? ”.

(Camillo Spina)

scritto da maurocherubino
gennaio 31, 2005 12:08 / p-link / / commenti (1)

domenica, gennaio 30, 2005

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“Non posso che confermare l’apprezzamento per le parole e la coerenza personale del presidente del Consiglio, On. Silvio Berlusconi, e la sua rinnovata amicizia nei confronti della mia famiglia”.

“Sul piano politico è tuttavia necessario ribadire le diversità che intercorrono tra il suo partito e il riformismo socialista e liberale di ispirazione ‘craxiana’ di cui egli, giustamente, ne ha fatto le lodi, sollecitandone la riscossa politica”.

“E’ vero che la sinistra giustizialista condusse una feroce demonizzazione di Craxi e dei socialisti, ma non bisogna dimenticare anche il contributo decisivo della destra reazionaria milanese e del vecchio Msi, partito al quale il pubblico ministero Davigo era stato iscritto”.

Bobo Craxi

Milano, 30 gennaio 2005

  

 

 

scritto da maurocherubino
gennaio 30, 2005 20:58 / p-link / / commenti

sabato, gennaio 29, 2005

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     Dichiarazione dell’On. Bobo Craxi


"La svolta di Alleanza Nazionale è stata, per certi versi, assai più convincente e moderna di quella del Pci di Achille Occhetto”.
“Non è un caso che, ad oltre dieci anni di distanza, i post comunisti siano ancora in debito con la cultura riformista”.

“An è entrata in sintonia con una certa cultura nazionale e popolare, superando l’imbarazzo dell’eredità del fascismo e affidandosi, innanzitutto, alla giovane età dei suoi leader, che ignorano o prescindono dalla Storia”.
“Mi spiace per Gasparri, ma il 28 ottobre non è la stessa cosa del 25 aprile”.


Milano, 29 gennaio 2005 
 


 

scritto da maurocherubino
gennaio 29, 2005 19:36 / p-link / / commenti

venerdì, gennaio 28, 2005

...

Rai, «Santoro deve essere reintegrato»

L'azienda condannata anche al pagamento di una penale di un milione e 400mila euro. «Faremo appello». Esulta la sinistra

ROMA - Michele Santoro deve essere reintegrato nella sua attività di realizzatore e conduttore di programmi televisivi di approfondimento dell'informazione di attualità di prima serata, di programmi di reportage di seconda serata, in particolare «Sciuscià edizione straordinaria» e «Sciuscia». È quanto ha disposto il giudice Stefania Billi, della sezione lavoro del tribunale civile di Roma, che ha condannato la Rai anche al pagamento di una penale di oltre un milione 400 mila euro circa. Lo ha reso noto il legale di Michele Santoro, avvocato Domenico D'Amati. L'azienda è tenuta anche a pubblicare il dispositivo della sentenza su Corriere della Sera, Repubblica e Stampa entro dieci giorni dalla pubblicazione e pagare le spese processuali.

L'AZIENDA FARA' APPELLO - La sentenza del Tribunale su Michele Santoro «sarà impugnata in appello, non tanto per il reintegro mai negato secondo le prerogative editoriali della Rai ma per la singolare statuizione in essa contenuta circa l'asserito danno biologico che Santoro avrebbe sofferto a causa delle sue vicissitudini di lavoro e che risulta invece smentito dal solo fatto che egli, dedicandosi alla campagna elettorale condotta con continui richiami a tali vicende contenziose e conclusa con la sua ascesa al Parlamento europeo, ha dimostrato di non aver subito alcun pregiudizio alla sua integrità psicofisica e alla sua vita di relazione». Lo annuncia una nota dell'azienda in cui si fa «osservare che la sentenza ha disatteso le pretese del giornalista di ottenere una pronuncia che ordinasse alla Rai di assegnargli la realizzazione e la conduzione del programma «Sciuscià» o altro di identica struttura e contenuto, sulla terza rete e in una determinata fascia oraria, avvalendosi dello stesso gruppo di collaboratori. Questa richiesta era stata già respinta dal Tribunale collegiale in sede cautelare, con la motivazione, sostanzialmente confermata dal Giudice Billi, che né Santoro né l'Autorità giudiziaria possono sostituirsi alla Rai nelle determinazioni editoriali e di impresa che ad essa esclusivamente appartengono sia in termini di programmazione, quanto a contenuto e a collocazione di rete e di fascia, sia produttivi, budgettari e organizzativi.

 Fonte Corsera

scritto da maurocherubino
gennaio 28, 2005 11:22 / p-link / / commenti

mercoledì, gennaio 26, 2005

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Tratto da un libro di testo di Storia  della Scuola Media Inferiore...

Capitolo 2, paragrafo 1  :  La sinistra storica al potere

"Gli uomini della Destra erano aristocratici e grandi proprietari terrieri. Essi facevano politica al solo scopo di servire lo Stato e non per elevarsi socialmente o arricchirsi; inoltre amministravano le finanze statali con la stessa attenzione con cui curavano i propri patrimoni. Gli uomini della Sinistra, invece, sono professionisti, imprenditori e avvocati disposti a fare carriera in qualunque modo, talvolta sacrificando perfino il bene della nazione ai propri interessi.
La grande differenza tra i governi della Destra e quelli della Sinistra consiste soprattutto nella diversità del loro atteggiamento morale e politico"

(Bellesini Federica, "I nuovi sentieri della Storia. Il Novecento",
Istit. Geogr. De Agostini, 2003, Novara)

dunque, Berlusconi e'  un uomo politico di sinistra.

Questo pare dai libri di testo delle scuole della Repubblica. Dinnanzi a tale situazione diviene difficoltoso effettuare anche un commento satirico sull' attuale governo.  

Non possiamo nemmeno ironicamente fare  un paragone con il Minculpop,  risulterebbe offensivo nei confronti dell' ideatore del Maggio Fiorentino, il Ministro della Cultura Popolare Alessandro Pavolini,  uomo colto ed intellettualmente raffinato.

Un saluto da Mauro Cherubino 

scritto da maurocherubino
gennaio 26, 2005 02:06 / p-link / / commenti (2)

martedì, gennaio 25, 2005

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Intervento dell’On. Bobo Craxi al IV Congresso Nazionale del Nuovo Psi

Roma, 21/22/23 gennaio 2005

Care compagne, cari compagni,

i nostri Congressi sono il momento della verifica, della discussione, del confronto su ciò che accade attorno a noi. Nel periodo che separa Roma 2003 da Roma 2005, il nostro partito ha saputo difendersi, è cresciuto elettoralmente, ha tentato di crescere politicamente nelle sue analisi, nelle sue proposte, nelle sue ambizioni.

Siamo consci dei nostri limiti, ma anche delle enormi possibilità che ruotano attorno ad una formazione politica erede di una grande storia e figlia di una grande tragedia. Innanzitutto, ci siamo conquistati il diritto alla vita politica, che rivendichiamo come una necessità e un’esigenza democratica: chi nel passato si è posto l’obiettivo di cancellare definitivamente la forza socialista deve sapere, oggi, che vi è in campo un movimento rinnovato, che non sarà facile togliere di mezzo.

Ci siamo conquistati il diritto all’autonomia, che è un bene prezioso, ancorché un’attitudine ed un metodo politico che intendiamo preservare e mettere al riparo da incursioni, che non sono mancate neppure in questi anni di ricostruzione politica. Il partito ha bisogno di ritrovare la discussione, la solidarietà e l’organizzazione a tutti i livelli.

Ci attendono scadenze elettorali decisive per il nostro futuro ed è fondamento principale ritrovare, grazie alla politica, nello sforzo coraggioso e arduo di ricreare ciò che non c’è più, la grande forza organizzata del socialismo italiano, che resta il nostro collante, il nostro comune denominatore, il nostro principale sentimento e fine. Le nostre tesi e la bella relazione di Gianni De Michelis indicano con chiarezza che vi sono compiti, per una forza minoritaria del riformismo italiano, che possono essere svolti, che vi è una forza ragionevole che le sostengono e che determinano le condizioni utili per rinnovare, nell’amore e nel rispetto per la tradizione, una forza moderna, che rappresenti un socialismo liberale adatto ai nostri tempi, come noi lo amiamo definire.

C’è un tempo per l’elaborazione del lutto, e per il socialismo italiano e la sua scomparsa abbiamo dedicato un intero decennio a valutare le perdite, a giudicare gli errori, a considerare che le forze avverse sono state capaci di prevalere anche per le nostre inadeguatezze e le nostre complicità. Ma c’è un tempo per ricostruire, e nei primi anni del nuovo secolo abbiamo dedicato i nostri sforzi ad una politica di ricostruzione, di riunione delle membra sparse e dei fili di una storia spezzata. Non abbiamo ancora generato quel ‘big bang’ che ci eravamo prefissi, ma abbiamo prodotto politica, come si dice, ed insieme abbiamo creato aspettative, attenzioni, curiosità che non dobbiamo e non possiamo deludere.

E c’è ora un tempo in cui la nostra discussione, i nostri sforzi realizzativi devono essere capaci di interpretare il nuovo scenario che abbiamo di fronte: le grandi trasformazioni sociali, culturali, tecnologiche e persino ambientali che cambiano la nostra percezione della realtà, ma che non devono mutare la nostra identità. Innanzitutto nel nostro Paese, che in questi anni non ha conosciuto i cambiamenti e le trasformazioni che molti ‘strombazzavano’ mentre scomparivano nell’ignominia e con violenza le tradizionali formazioni politiche che avevano il solo torto di essere sostenute da milioni di italiani, anche ed innanzitutto osservando quel che accade al di là del nostro sguardo quotidiano nel cortile di casa.

Il carattere sempre più interdipendente del mondo impone e determina nuove responsabilità, rilanciando il carattere multilaterale e cooperativo dell’azione degli Stati in un bisogno sempre più crescente di solidarietà internazionale per scongiurare ogni evento negativo.

I nemici della globalizzazione non potranno che dolersi della straordinaria prova di collaborazione avvenuta proprio nelle scorse settimane innanzi all’immane catastrofe del sud-est asiatico. Vi è stato, infatti, un livello di corresponsabilità fra gli Stati più ricchi del pianeta, gli Stati Uniti e l’Europa in testa, che disegnano con chiarezza e con coerenza che la tragedia del maremoto in Asia ha avuto lo stesso effetto, nelle coscienze e nella consapevolezza del mondo, di quella che si ebbe quell’11 settembre del 2001. E se vi è stata questa consapevolezza e questa possibilità, lo si deve proprio ad un mondo che reagisce in base al proprio globale istinto di sopravvivenza.

Il mondo accetta sempre meno le crescenti disuguaglianze e disparità. E cerca, attraverso la propria cooperazione, di ridurre gli enormi divari allentando, dove è possibile il carattere distruttivo delle tensioni etniche ed incoraggiando lo sviluppo democratico nelle aree del mondo più arretrate.

Per questa ragione non sono compatibili con l’esigenza di una nuova multilateralità, di una nuova e più avanzata visione d’insieme gli atteggiamenti di chiusura, di arretratezza e di paura con le quali si affrontano le nuove sfide. Tanto più cresce e aumenta la disuguaglianza nel pianeta, tanto più esso si restringerà, obbligando le potenze economiche e più avanzate nel campo della democrazia e della tecnologia ad assumere sulle proprie spalle il dislivello generato dalla crescita diseguale e squilibrata dell’economia.

Le società avanzate possono rinchiudersi in una logica territoriale o, come sta avvenendo nel caso del Continente europeo, cercare di allargare la sfera dei propri membri in una logica di coesistenza pacifica e di virtuosa capacità di crescita economica.

Scelte che fino a ieri sembravano improbabili o impossibili, ora si rendono addirittura necessarie.

Noi non pretendiamo che da Gemonio si abbia la percezione esatta di ciò che sta avvenendo nel mondo e di ciò che è avvenuto dopo l’undici settembre con la minaccia terroristica. Però sarebbe il caso che una forza politica di governo, che manifesta apertamente contro la sua maggioranza su un tema così delicato e decisivo come l’allargamento ai turchi della nostra Comunità e come il Trattato costituzionale europeo, abbia il coraggio delle proprie azioni e dichiari la propria incompatibilità con un esecutivo, come quello italiano, che si è esposto con coraggio lungimirante su tale questione. Non è riproponendo la maniacale tiritera del “mamma li turchi” che si può costruire una saggia e moderna politica europeista. Al massimo, si vincono le elezioni di Cassano Magnano. Se si spingono le nostre frontiere sino a est, è ovvio che diventerà decisivo, nel futuro, vivere in un’area mediterranea non solo interdipendente economicamente, ma verso la quale guardare con speranza di pace.

Credo sarà vitale, per noi, ricostruire un dialogo virtuoso, innanzitutto politico, con i Paesi di matrice latina, cointeressati ad un Mediterraneo pacificato ed allargato e legati da molteplici interessi, non solo di natura economica.

L’asse del bene contro il male, che unisce Washington a Roma attraverso Londra, non può tralasciare il nostro doveroso compito di riaprire un dialogo con Parigi e Madrid. Prioritaria resta la risoluzione del conflitto israelo - palestinese.

La straordinaria prova di maturità democratica offerta dal popolo palestinese dimostra che è possibile riaprire un dialogo virtuoso sul cammino della pace: non vi possono più essere alibi di sorta.

Non possiamo che augurarci la coesistenza fra i due popoli e la cessazione delle ostilità e delle ingiustizie.

Non dobbiamo dimenticare i nostri sforzi del passato per il riconoscimento del movimento per la liberazione palestinese, che ebbe in Yasser Arafat un leader mondiale a cui oggi, dopo la sua scomparsa, sono stati tributati gli onori del caso.

Mi auguro che sia proprio l’Italia a ritornare protagonista dell’incontro della pace, e che il governo persegua la strada di una Conferenza internazionale rilanciando la candidatura di Erice quale sede idonea ad ospitare questo appuntamento.

La scelta democratica non potrà che favorire uno sbocco pacificato in tutta l’area: essa non potrà non avvenire, con gradualità e senza precipitazioni.

La stessa presenza occidentale nelle zone di conflitto e la loro permanenza non possono che alimentare la necessità di rendere più ravvicinata l’autogestione e l’autodeterminazione di governi democratici in tutta l’area. Non è scongiurato in assoluto il pericolo di un insorgenza del fanatismo politico e religioso, ma l’iniezione di una dose democratica e di atteggiamenti tolleranti non potranno che incoraggiare molti Paesi a perseguire, nella loro diversità e complessità, la medesima strada. E’ la cultura e l’influenza della democrazia che possono sconfiggere le tirannie, non le minacce di interventi militari.

Bisogna, però, essere sinceri, ed affermare con chiarezza che il dopoguerra, in Iraq, è stato segnato - e lo è tutt’ora - da uno stato di grande precarietà, che non aver immaginato una cornice di risoluzione politica al ‘dopo-Saddam’, affidando al solo esercizio della democrazia diretta il compito di ripristinare la legalità in quel Paese, si è rivelato un grande errore dell’amministrazione Bush che noi abbiamo, con la nostra posizione inerziale e subalterna, di fatto avallato e legittimato.

Una guerra che s’era promossa fuori dall’Onu per unire l’occidente contro le armi di distruzione di massa e che doveva concludersi in una cavalcata trionfale dell’esercito liberatore, si è invece rivelata di divisione per l’occidente e per l’Europa, con armi di distruzione di massa che s’erano solo sognate, e con un dopoguerra assai più sanguinoso e lungo della guerra stessa, mentre si preannunciano nuove e più vaste campagne di “democratizzazione”.

Ciò che le democrazie occidentali non devono fare è rispondere al fanatismo con un altro fanatismo. L’insistenza con la quale si cerca di tagliare il mondo in due come una mela, riproponendo una visione oscurantista delle forze del male che intenderebbero prevalere sulle forze del bene, rendono certamente in termini di consenso politico, ma rivelano un atteggiamento di chiusura che alimenta la paura, la reazione che determina una neo-conservazione.

I conservatorismi sono la ‘tabe ideologica’ ed anche religiosa nel nostro Paese. L’insorgenza di fenomeni preoccupanti di fondamentalismo che hanno invaso il mondo islamico, trovano eguali espressioni anche nel nostro continente. Campagne che riecheggiano tempi che sembravano alle nostre spalle hanno dato i loro risultati promuovendo o respingendo nuove regolamentazioni in materie delicate come la fecondazione artificiale, i tempi di attuazione del divorzio e in materia di pluralismo religioso, promuovendo restringimenti delle libertà personali cui la stagione del giustizialismo ne è stato il più eloquente antipasto.

Si promuovono campagne fondate, da una parte, sulla salvaguardia di valori che - si dice - fanno leva su una nuova più diffusa e collettiva etica della responsabilità, capace di affrontare un certo relativismo etico delle società opulenti.

Alla base di questa riscoperta di valori vi è, certamente, la ricerca diffusa, nell’intero pianeta, di nuove certezze, di nuove utopie che sostituiscano illusioni e fallimenti del secolo che abbiamo alle nostre spalle. Ma questa visione, così bene argomentata nel suo contraddittorio con Marcello Pera dal Cardinale Ratzinger, mettendoci in realtà di fronte a reali rischi di un’ondata di fondamentalismo religioso dalla furia cieca e distruttiva, si pone anche l’obbiettivo di limitare e porre dei vincoli alla capacità dell’uomo di dare, attraverso la scienza e la ricerca, le grandi risposte alle incognite che gravano sull’umanità.

Le normative più avanzate nei Paesi che consideriamo più moderni, su tale terreno, cercano di adattarsi alle realtà nuove innanzi alle quali è cieco e, appunto, conservatore pretendere di non dare risposte adeguate. La materia della procreazione assistita, il diritto di migliaia di famiglie di poter essere aiutate dalla scienza per ottenere paternità e maternità deve essere tutelato da uno Stato liberale o cancellato da uno Stato etico?

A questo quesito hanno già risposto più di un milione di italiani, che hanno sottoscritto quei referendum che non devono essere scippati, con buona pace del nostro governo che ha ricorso alla Consulta e del Dottor Sottile, che sta agitando il suo ‘bisturi’ per una soluzione parlamentare. Noi ci prepariamo, al contrario, a difendere i referendum, oggi in Parlamento, domani nelle piazze, per contribuire, con una grande ‘primavera di diritti’, ad un’altra vittoria della libertà e della ragione. In materia di diritti civili è lecito, come avviene nella vicina Spagna ed in Francia, che lo Stato riconosca l’esistenza e la convivenza civile di coppie di fatto, siano esse etero che omosessuali, e che ad esse venga applicato uno Statuto che non li trasformi in cittadini di secondaria importanza, condannati all’emarginazione nella società ed alla loro ghettizzazione?

E’ certamente lecito contenere la marea montante della disperazione che proviene dalle regioni più povere del pianeta, la quale ormai preme ed invade i Paesi più progrediti, ma le politiche di contenimento e di respingimento sono lecite e doverose quando esse poggiano su principi e normative coerenti con il resto dell’Europa. Quando si promuove, da parte di membri e partiti di governo, in Italia ed in Europa, una politica fatta di riflessioni e battute più o meno di spirito che violano e ledono i diritti e le dignità di uomini e popoli, ci troviamo di fronte ad una politica e ad un sentimento che non possiamo condividere, poiché assai lontano dalla nostra cultura.

Quando assistiamo, non dalla Chiesa ufficiale ma dai settori più integralisti del mondo cattolico, ad una sorta di crociata neo-conservatrice che ha attraversato e attraversa il mondo occidentale, io penso che un’area laica, tollerante e pluralista come la nostra, abbia il dovere di far valere la “forza della ragione”. Non tutto il mondo cattolico manifesta questo sentimento. Noi celebriamo, proprio quest’anno, il ventennale dei nuovi patti concordatari che furono, per lo Stato italiano e la Chiesa Cattolica, il punto più avanzato della rispettosa reciprocità fra le due istituzioni e, per lo Stato, fu innanzitutto l’occasione più solenne per scolpire in quell’accordo il carattere non confessionale della nostra comunità nazionale. Un carattere che va difeso e ribadito dinanzi alle ripetute ingerenze della Chiesa Cattolica su diritti acquisiti e divenuti da tempo legge dello Stato. Ma chi, in nome di Dio, si tratti del Dio dell’Islam o del Dio cattolico, pretende di dettare la propria legge e il proprio punto di vista non rinunciando a farlo anche all’uso della forza, offende la civiltà della ragione che esprime la propria religione civile.

Per questo, fra chi si professa portatore del bene contro la forza del male è necessario riguadagnare il terreno della ragione, della moderazione, della riflessione, rinnovando la fiducia nel progresso il cui bisogno si esprime in una moderna fede.

Il progresso è una visione della vita che corrisponde ai bisogni del cuore prima ancora che della ragione: è una religione della libertà che non può essere condizionata.

Tradotto nella vicenda politica italiana, questo significa che tanto più nel fronte moderato - a cui oggi abbiamo ritenuto di aderire e appartenere - prevarranno le forze politiche e le azioni dal contenuto integralista, anti-italiano, anti-europeo, xenofobico e sessista, tanto meno sarà possibile, per ragioni di mera governabilità, adottare atteggiamenti di indifferenza e di sopportazione. E’ accaduto in Europa, in Inghilterra come in Francia, che i cosiddetti ‘liberals’, i riformisti e i riformatori, disprezzati o vittime, come nel nostro caso, delle abiure delle sinistre storiche tradizionali, siano emigrati sotto le bandiere dei conservatori. Ed è stato naturale ritrovarsi alleati con coloro che, come noi, si sentono figli del pensiero moderno e dell’eterno illuminismo, opposto ad un conservatorismo che ha espresso paralisi e incapacità di esprimere una reale forza di cambiamento, al di là delle buone intenzioni di una sinistra che è moderna nelle parole ma che, sostanzialmente, non emerge dal vincolo delle proprie antiche concezioni, una sinistra che si gingilla coi suoi ‘tricicli’ e si affanna a giustificare e proteggere i ‘lanciatori di treppiedi’.

Ciò, tuttavia, non significa che l’adesione ad un progetto liberale e modernizzatore della società corrisponda ad una visione acritica delle cose. E’ reale la portata delle novità introdotte da Berlusconi nella politica italiana, è avanzata la sua concezione di governo, dinamica e avvolgente la propria azione politica. Ma ciò non ci impedisce di vederne i difetti quando essi si dimostrano vistosi, nella forma e nella sostanza. Non è coerente con le aspettative e le sue premesse la capacità modernizzatrice di questo governo.

Tutt’altro: le cose dell’economia non vanno a meraviglia e il declino del nostro Paese è vistoso, nonostante - lo immagino -, le nostre analisi non saranno ritenute all’altezza dal professor Brunetta. Il declino lento della nostra economia, della competitività delle nostre imprese, la fine procurata dell’impresa pubblica, ha coinciso con il collasso del nostro capitalismo privato cui il caso Fiat, e per certi versi la questione Parmalat, ne sono stati il segno più evidente. Quest’ultima questione, in particolare, ancora mi meraviglia che si tratti di uno scandalo ‘che non ha fatto scandalo’ e come le cifre di cui si è parlato e i coinvolgimenti dei politici su cui si è pervicacemente sottaciuto, facciano impallidire persino la cosiddetta ‘Tangentopoli’.

A questo si aggiungono le insofferenze del Capo del governo alle pratiche democratiche denunciate financo in occasione delle campagne elettorali, quando si è arrivati a chiedere di non votare i piccoli partiti, compresi quelli alleati e un’insofferenza, a volte comprensibile, verso la rigida armatura della burocrazia statale, per privilegiare il ruolo del privato che si trasforma, però, non nell’esaltazione delle individualità dei singoli cittadini, ma in una visione privatistica dello Stato.

Lo stesso tentativo di demandare a provvedimenti legislativi sulla giustizia fortemente influenzati dallo specifico personale indica non soltanto un’assoluta novità nel nostro sistema giudiziario, i cosiddetti provvedimenti ad personam - una vera e propria sartoria giudiziaria in servizio permanente -, ma un basso contenuto ed una flebile visione collettiva della crisi che ha investito, negli anni novanta, in modo strutturale e forse irreversibile, il nostro ordinamento.

Crisi e declino, va detto, al quale, con i loro atteggiamenti ai confini dell’eversione, i magistrati italiani danno annualmente il loro robusto contributo.

Una concezione liberale della società è il cuore di una alleanza che, tuttavia, non può ritenersi un virtuoso continente politico, poiché si limita ad essere un ‘contenitore’, un vasto e variegato arcipelago di forze democratiche diverse, convergenti in un’alleanza politica e di programma. Ma se il cuore di questa alleanza non si nutre delle correnti politiche e culturali che detengono nella propria visione di fondo una concezione liberale e laica dello Stato, moderna della società, inevitabilmente il ‘grande modernizzatore’ non può che lasciar spazio a ‘tentazioni bonapartiste’, consolidando il carattere precario della iniziativa politica che assunse nel ‘94.

Il problema, per noi socialisti, ma più in generale il problema di un elettorato che votava Psi e che si è riconosciuto in Forza Italia, riguarderà proprio la prospettiva politica e culturale che cerca di dotarsi la formazione politica di Berlusconi. Da ‘partito-contenitore’, esso muove verso un approdo ideologicamente più incline ad accompagnare l’offensiva, che non è solo italiana, di un nuovo conservatorismo intriso di tradizionalismi, populismi e suggestioni passatiste. La stessa prospettiva di una formazione unica, che leghi i partiti della CdL nell’alveo di un popolarismo europeo adeguatamente aggiornato, è la conseguenza naturale, sul piano politico, del processo evolutivo di Forza Italia. Ed è uno sbocco politico, quello del partito unico del popolarismo europeo, che contrasta non la necessità del dialogo o dell’alleanza, ma con le inevitabili conseguenze di carattere elettorale che ne deriveranno, la collocazione di un’area politica ed elettorale laica e riformista che di certo al popolarismo europeo e italiano non può fare riferimento, soprattutto se è di origine e di natura socialista.

In questo senso, è sbagliata l’analisi di chi ritiene che gli eredi delle vecchie forze politiche contestino a Berlusconi il ruolo di usurpatore: non è il nostro caso. Non sappiano se egli sia o meno l’erede di Alcide De Gasperi.

Sappiamo, però, con certezza, che egli non è e non può essere l’erede dei socialisti e dei socialdemocratici italiani. Non possiamo non ritenere ormai saturato l’utilizzo dell’anti-comunismo come un’arma impropria. E mi spiace che il Congresso sia stato indirettamente coinvolto nella polemica sulla sinistra ed il suo presupposto ‘disprezzo della bandiera e della nazione’.

E’ vero: il comunismo è fallito e non è finito. Ma con troppa disinvoltura si confonde tutta la sinistra con il comunismo. E la sinistra, nel mondo, non può essere identificata con la miseria, la distruzione e la morte della democrazia dei Paesi comunisti, ma anche con il benessere, il progresso e la democrazia di tante moderne esperienze guidate dai socialisti democratici e liberali.

Si apre inevitabilmente, per noi e per il nostro elettorato, la necessità di sviluppare una doverosa analisi critica sull’involuzione del carattere innovativo, aperto e plurale, del partito che a Berlusconi fa riferimento. E’ un movimento che i politologi classificano come un partito “pigliatutto”, ma che non può pretendere di rappresentare tutto e tutti, poiché una forza di questa natura non può che esprimere, a parti rovesciate, quel desiderio di assoluta egemonia che ha pervaso il Pci nella sinistra italiana.

Il problema di come affrontare il futuro e una nuova fase della politica italiana se lo è posto Berlusconi, naturalmente guardando verso il colle più alto.

E sarebbe sbagliato che non se lo ponesse anche una formazione politica che è in crescita, ma la cui stessa esistenza è messa a rischio dagli stessi propositi messi in campo sul piano elettorale.

Il problema particolare dei socialisti riguarda il tema non esaurito della loro possibile ritrovata unità su un terreno accettabile ed un rapporto, se non altro di carattere storico, con la sinistra del nostro Paese, che non può ritenersi definitivamente ed aprioristicamente escluso. E’ quella che abbiamo definito: la ‘questione socialista’.

E’ ovvio che l’involuzione politica della sinistra italiana, le sue convulsioni e le decisioni assunte nella campagna elettorale europea di istituzionalizzare una forza unica che riassuma definitivamente le correnti politiche che la compongono, rallentano e allontanano l’obbligo di un confronto definitivo con quella ipotesi. Di più, la scelta del gruppo dirigente dello Sdi di avallare, teorizzare e perseguire un processo politico che nella sua premessa esclude la difesa e la ripresa di un’iniziativa autonoma di una forza socialista, allontana la prospettiva di una significativa unità socialista, quella che, al contrario, abbiamo perseguito con successo alle elezioni europee grazie all’apporto dei compagni che facevano capo a Claudio Signorile. Tuttavia, noi ribadiamo, con forza e sincerità, anche da questo Congresso, una proposta di unità.

Lo ha fatto ieri il compagno De Michelis con argomenti chiari e convincenti: essa non può che prodursi nella chiarezza e nell’assoluto interesse esclusivo del movimento socialista in Italia, che potrebbe ritrovare il punto più forte e più alto dall’inizio della diaspora. Unità nell’autonomia, autonomia alle elezioni regionali e unità nel Partito Socialista Italiano, unica forza erede della nostra Storia con il suo simbolo, che appartiene a tutti e non ai curatori del fallimento.

A quel fallimento, ciascuno ha dato il proprio contributo: ognuno si assuma le proprie responsabilità. Ma, alla ricostruzione, in questo caso, noi stiamo dando un contributo sicuramente maggiore di altri. Ritengo maldestro il tentativo di farsi assegnare simboli che, poi, non si utilizzerebbero, e che darebbero, della vicenda socialista, un quadro di ulteriore divisione e confusione.

Si tratta di esprimere una volontà ed un percorso comune possibile, nella consapevolezza che anche l’Unità socialista imprimerebbe una discontinuità ed una disarticolazione dell’attuale sistema bipolare. Questa possibilità è ancora viva, innanzitutto dove i socialisti possono contare su una forte struttura organizzata ed un discreto consenso elettorale.

Spero che nel gruppo dirigente Sdi non prevalgano, come nel passato, cecità ed ottusità, e che si ragioni investendo sul futuro di una forza socialista rinnovata, che prenda il nome e l’ispirazione dalla nostra tradizione comune. E mi auguro che non si risponda con la solita cantilena - che ormai assomiglia a quella di un ‘disco rotto’ - sui socialisti che stanno solo a sinistra: si mente sapendo di mentire. I socialisti sanno bene che non è questa, non è mai stata questa e non può essere questa la sinistra in cui riconoscersi, quella di cui avrebbe bisogno il nostro Paese. Per questo, mi auguro riflessioni vere, non scontate risposte di rifiuto con relativi ‘predicozzi’.

Ieri, prima Gianni De Michelis, poi Berlusconi hanno più volte nominato Enrico Boselli. Da lui nessuna risposta: né un sì, né un no, né un forse, un magari, un “Ciao compagni”: sembrava una commedia. Mi auguro che questa situazione non diventi come la commedia di Beckett 'Aspettando Godot...', dove si aspetta un ospite per tutta la sera e lui non arrivava mai…

Socialisti uniti nell’autonomia, socialisti uniti dalla tradizione: sono ancora presenti e coerenti le ragioni di una nostra distanza politica dalla sinistra “reale” di questo Paese, che poggia sul carattere egemonico di un partito, quello ex comunista, che non ha determinato alcuna condizione politica di ripensamento autocritico sulla eliminazione e la cancellazione del Psi per mano giudiziaria e che si è definitivamente allontanato dall’ipotesi di creare, in Italia, le premesse per una formazione politica che prenda ispirazione dal partito cui aderiscono in Europa: il Partito Socialista Europeo.

Socialisti in Europa e democratici di sinistra in Italia. Il problema non è solo lessicale, rappresenta una scelta politica: quella di accostarsi alla Storia e alla identità socialista, solo se non è quella italiana. Cioè la nostra. E’ una discussione tuttavia aperta, a cui noi non possiamo che essere, per ragioni evidenti, interessati.

La nostra stessa volontà di aderire al gruppo parlamentare del socialismo europeo e, di più, il nostro atteggiamento parlamentare comune con i compagni del Pse sono il necessario buon viatico per garantire, nel futuro, un naturale ritorno nella casa i cui fondatori, non dimentichiamolo, furono proprio i dirigenti del Psi del 1992. L’Italia è il solo paese dell’Europa occidentale dove non esiste una grande forza socialista unita. Pesano, su questa prospettiva, non solo gli errori storici del passato prossimo, ma soprattutto quelli del passato più recente. Errare humanum est, sed perseverare diabolicum. Il Congresso dei Ds, convocato fra qualche settimana, è segnato drammaticamente dall’incapacità di misurarsi con il riformismo socialista.

Si profila un altro appuntamento mancato in stile pescarese e, anche qui, si profila un caso analogo a quello dello Sdi: si intendere valorizzare le insegne prestigiose del socialismo europeo per poi nasconderle dentro un indistinto listone ulivista, sciogliendo il partito dentro l’acronimo Fed o Gad che dir si voglia, sempre confusi ‘tra un triciclo ed un treppiede’, un partito sedicente riformista che convive con il movimento di massa e con la storia del Pci, la cui rilettura viene fatta tutt’atro che in chiave critica.

D’Alema e Fassino, cui non posso non riconoscere - a tratti… - una certa volontà di ragionare sulla Storia socialista, hanno collezionato appuntamenti mancati, specializzandosi nel passo avanti e due indietro. Da una parte, l’ingresso nel socialismo democratico internazionale. Dall’altra, la riscoperta estiva del Togliatti italiano e della sua attualità o di quell’ultima volta di Enrico Berlinguer a Mosca nel 1984, cioè il riconoscimento alla diversità ed all’originalità di un capo comunista che si allontanava dall’ Urss ma che contrastava l’accordo di San Valentino e il governo socialista, contestando l’alleanza atlantica e il suo dispositivo difensivo. E che credeva in una terza via tra socialdemocrazia e comunismo: un specie di terra di nessuno.

Per questo, chi auspica come necessario, obbligato, ineludibile, un nostro repentino passaggio di campo, non può non fare i conti con una sensibilità politica che perdura, nonostante il tempo che passa ci costringerebbe ad avere più razionalità che emotività e, soprattutto, a tener conto che l’aver eliminato la questione socialista, in questo Paese, pesa e peserà a lungo sui destini di una sinistra che vuole governare da posizioni di coerente e limpido riformismo.

Ai socialisti del Nuovo Psi non possono interessare delle ammucchiate generiche all’insegna dell’unità della sinistra, dei cartelli elettorali che generano confusione e contengono delle vistose incompatibilità fra i soggetti che andrebbero a comporla.

Il Dottor Sottile vorrebbe ‘bisturizzare’ anche la sinistra e ricucirla come l’Europa ha ricucito i suoi Stati con il Trattato di Shenghen. Io penso sia difficile avviare un negoziato del genere senza passare per Bad Godesberg. Noi abbiamo escluso, per queste ragioni e “a priori”, un cambio di campo. Il “non possumus” per i socialisti naturalmente non può valere in eterno.

Quello che non dobbiamo escludere in assoluto è che, qualora si presentasse un’eloquente discontinuità politica nel centrosinistra, a partire dalla sua guida, e che se tale discontinuità producesse fatti nuovi, anche nell’area socialista italiana ed europea, io penso che il partito non dovrebbe dichiarare a priori la propria indisponibilità. Non è solo la ragione storica che ci obbliga ad una riflessione ad alta voce sui nostri rapporti con la sinistra italiana, vi è anche una ragione politica che prende le forme, innanzitutto, dai nostri attuali rapporti con l’alleanza nella quale siamo ancora collocati.

Vediamo avanzare, a settimane alternate, diversi disegni di riforma del sistema elettorale, tutti distanti dallo spirito e dalla semplicità con cui invocavamo e invochiamo, per l’interesse del Paese, il ritorno al proporzionale. Va detto con chiarezza: noi non possiamo accettare alcuna umiliazione in materia elettorale che violi il diritto di tribuna delle minoranze e che ci vincoli ad una coalizione senza riceverne alcun vantaggio.

Noi non possiamo inseguire l’alleanza su questa strada, poiché non possiamo per nessuna ragione mettere a rischio la nostra esistenza politica: le regole non possono essere cambiate per svantaggiare questa o quella formazione. Il diritto di tribuna delle minoranze è vissuto, in questa stagione bipolare, come un fastidio. Di più: si intende preservare una presenza socialista a patto che essa non si allarghi e si nutra dell’elettorato del partito di maggioranza, che infatti continua a rappresentare, numericamente ma non politicamente, la tradizione socialista, con buona pace dei cosiddetti socialisti di Forza Italia.

De Gasperi aveva ben capito che l’utilità marginale delle forze laiche, nello scontro che li divise dalle sinistre unitarie e influenzate dall’Urss, era fondamentale sul piano numerico e, ancor più, sul piano politico. Per questa ragione, le valorizzò e le emancipò dalla loro subalternità politica e culturale. Berlusconi, si sa, non è e non intende ragionare e comportarsi come De Gasperi, e invece di contribuire a ricostruire, nel suo campo, le forze laiche e democratiche sommerse da quello Tsunami che fu Tangentopoli, si è limitato a centellinare non solo una presenza significativa nell’esecutivo, ma anche, per buona parte della legislatura, la partecipazione alle decisioni politiche della coalizione noi non abbiamo fatto parte della ‘squadra’ e abbiamo dovuto vedere la partita dalla tribuna…

Tutto questo indica un metodo, una cifra, una volontà non dichiarata. La stessa vicenda del rimpasto sta lì a dimostrare che esistono partiti che sono ‘figli di un Dio minore’, che non sono degni neppure di avere rispettato ciò che è loro stato promesso. D’altronde, ed è l’autocritica che dobbiamo fare, noi non siamo rinati per occupare poltrone di ‘sottogoverno’ e dovremmo riuscire ad assomigliare di più al New Labour di Blair che, e lo dico con rispetto, ad una versione aggiornata e corretta del Psdi di Tanassi. Ma essere sottorappresentati, in Parlamento e nelle istituzioni, rappresenta un danno politico enorme. noi non dobbiamo chiedere a Berlusconi di contare di più, dobbiamo chiederlo agli italiani! 

Se il futuro dev’essere nelle nostre mani, le nostre mani, nel futuro, dovranno essere libere di scegliere, libere di decidere, libere di sventare ogni nuovo tentativo di renderci subalterni e di sottoporci ad un’estenuante quanto lacerante prova della ‘goccia cinese’, liberi di immaginare una prospettiva che maturi nel tempo e che scommetta sul futuro.

Abbiamo detto che, nella stragrande maggioranza, dei casi le nostre organizzazioni regionali possono confermare l’indirizzo di fondo di un’alleanza con la Cdl, escludendo un raccordo con il centrosinistra. Abbiamo suscitato qualche iniziativa autonoma, ma dobbiamo mantenere saldo e aperto il nostro invito all’area socialista allo Sdi, la cui risposta può anche indicare una prospettiva di carattere politico per il futuro.

Alla luce di queste considerazioni, e qualsiasi sia l’esito delle alleanze alle prossime elezioni regionali, io riterrei un errore stipulare accordi politici affermando che la scelta da compiere nel 2006 sia gia scritta o già obbligata. Per questo, non dobbiamo per nessuna ragione mettere a dura prova la nostra unità. Ma quello che si richiede in questi casi, anche ad una piccola forza politica, non è la sua unità innanzitutto, ma di tenere diritta la schiena, alto il senso della propria autonomia, aperto lo spirito con il quale si può e si deve costruire un’alternativa politica credibile per il nostro Paese.

Una minoranza è tanto più efficace quanto più sa essere convincente sul piano dei programmi, degli indirizzi di fondo e di merito che si vogliono perseguire. In questo senso, la creazione di un aggregato laico - riformista più forte e maturo, del superamento dei poli ne è una logica premessa, e ne rappresenta una necessità. E le liste che ne scaturiranno, persino le liste civiche e quelle dei governatori, dimostrano che non solo è possibile una certa disarticolazione e scomposizione del quadro, ma che esso si rende necessario.

Nel campo laico-riformista radicale non è ancora matura l’ipotesi di una vera e propria coalizione politica, ma la nostra azione congiunta per portare Emma Bonino al governo e la stessa utopia di farne guida di un’alternativa laica e riformista, è una delle poche vere battaglie di questi ultimi tempi che vale la pena di essere combattuta. Il raccordo che unisce diverse espressioni del mondo laico è un primo significativo passo in avanti. Il problema non è quello di rinchiudersi in un ‘ghetto laico’, ma di rafforzare quelle condizioni affinché una forza politica che rappresenti il liberalsocialismo si riaffacci con maggiore peso, elettorale e politico, non solo per riaffermare la volontà di difendere il socialismo autonomista e riformista, ma perché sia in condizione, nel suo rinnovamento, di essere forza essenziale e non solo di utilità marginale.

C’è bisogno di un’area che sappia rafforzarsi e che, rafforzandosi, renda possibile l’aggregarsi delle forze e di quei movimenti sinceramente riformatori che non mancano in entrambi i poli, in grado di rompere il rigido schematismo del bipolarismo sorto dalla tenebrosa transizione seguita alla ‘falsa rivoluzione’. Il Psi offre il suo nuovo progetto politico perché ha saputo superare le sue difficoltà, e si sente autorizzato a lanciare una sfida politica ed elettorale al Paese.

Il problema richiederà il tempo che richiederà. Fondamentale sarà non perdersi d’animo e non inseguire risultati impossibili, né accontentarci del poco che viene concesso, ché sarà sempre troppo poco e sempre di meno. C’è un problema di svolta politica e di rinnovamento generale nella politica e nei partiti. E c’è la consapevolezza, in molte forze politiche, che solo il superamento dell’attuale schematismo della politica italiana potrà dare stabilità politica e risposte adeguate per correggere il declino del governo del Paese. Noi, nel nostro sforzo riorganizzativo, abbiamo cercato di lavorare facendo appello a tanti socialisti del passato, quadri dirigenti, ma soprattutto militanti.

La crisi della democrazia italiana consente la sopravvivenza di soggetti politici, ma non di ceti professionalizzati della politica ed è, questo, un limite o un’opportunità con cui dobbiamo fare dei conti. C’è il problema di riorganizzarci e di preparare i prossimi appuntamenti facendo leva sulla solidarietà e sull’unità interna. Ma esiste un problema più generale di gestione e di interpretazione politica di una linea che non può essere rimandato ad una sintesi ambigua fra chi pensa che la vita del Nuovo Partito Socialista non potrà che permanentemente e strategicamente essere parte integrante della nuova destra italiana e chi, invece, come me e parte di noi, ritiene e interpreta come necessitata, temporanea, strumentale, come si dice oggi, l’alleanza con la CdL, e che si debba lavorare e lottare per il suo superamento in una logica di emancipazione sostanziale, di riapertura di un grande confronto con tutti i riformisti nella prospettiva di un autonomia strategica, organizzativa ed elettorale.

La questione non riguarda il Segretario Nazionale, che sta rafforzando le proprie convinzioni autonomiste, o la lealtà verso di lui. Dirò di più: vi sono ragioni, storiche ed odierne, che non faranno venir meno la mia solidarietà verso Gianni (nelle tesi congressuali, De Michelis ha voluto omettere una parte che avevo introdotto circa il riconoscimento al ruolo essenziale che egli ha avuto nella ricostruzione del partito: “L’unico dirigente di rilievo del dissolto Psi che ha saputo reagire a questo stato di cose, Gianni De Michelis, è stato premiato anche per la capacità di rimanere, ad un tempo, in sintonia con il proprio passato e coerente con un approccio moderno dei processi in atto in Italia ed in Europa”).

La questione, però, riguarda una collegialità che non può essere il frutto di atteggiamenti variabili, di superficialismi di subalternità che finiscono per gettare un’ombra sull’autonomia complessiva del partito e distrarci dagli obbiettivi di fondo che non possono che essere dichiarati.

Siamo troppo fragili per lacerarci e dividerci per correnti. Ma siamo troppo esperti per non comprendere che solo la duttilità si può adattare ad una forza politica che dev’essere corsara nella politica italiana e non parassitaria. Un problema politico c’è, e può essere risolto sul piano democratico ed unitario.

Ricapitolando: c’è una disponibilità di fondo a mantenere l’impegno con l’alleanza di governo sino alla scadenza naturale della legislatura. E c’è una disponibilità a ridiscutere, su nuove basi, un rapporto con l’alleanza fondando le sue ragioni ad una compatibilità con la nostra storia e cultura politica, ma anche a non escludere situazioni diverse in un quadro mutato, sul piano politico, soprattutto che va mutando sul terreno delle regole elettorali.

Per questa ragione - e in ogni caso -, il partito si dovrà nuovamente riunire a Congresso, per decidere e stabilire se confermare o dismettere l’alleanza nel 2006. E’, credo, un percorso assolutamente condivisibile, naturale per una forza politica che vuole trovare le possibilità di un suo rafforzamento e non un trascinamento forzato di elezione in elezione.

Noi coltiviamo un’ambizione politica dichiarata: vogliamo creare una nuova forza che sia, in sintesi, liberale e socialista, un partito erede della migliore tradizione del socialismo italiano che possa concorrere con il ruolo che le deriva dalla sua Storia a governare il nostro Paese. E sappiamo, noi per primi, che i socialisti sono uomini e donne dal codice genetico improvvisato ed incerto soltanto se non recuperiamo le nostre migliori tradizioni. Agganciandoci con orgoglio alle nostre radici, siamo in grado di svolgere un ruolo essenziale nella nostra società. Non è necessario far ricorso al ‘catechismo dei nonni’ per far valere le nostre idee, che hanno, come recita il nostro slogan, una loro forza, una loro attualità. Ma sappiamo che il filo che tiene collegata la memoria ci deve essere amica, poiché il futuro è ancora fragile e dobbiamo necessariamente irrobustirlo parlando del nostro domani e della nostra memoria.

Il Congresso cade all’inizio dell’anno, in un mese di gennaio in cui celebriamo i giorni della nostra memoria… All’inizio del 1980, dopo una lunga vita dedicata alla politica del nostro Paese, del nostro partito, alla democrazia e alla libertà del popolo italiano, moriva Pietro Nenni, campione dell’autonomismo socialista, uno dei padri della nostra Repubblica. Egli fu uno strenuo oppositore del regime fascista. La sua avventura politica è intrecciata con i drammi del nostro Paese e dell’intero secolo, contrassegnato da tante sconfitte, da tanti errori ma anche da significative vittorie per l’emancipazione democratica dell’Italia: la scelta di collaborazione democratica con i cattolici per dare alla luce il primo centrosinistra, che fu anticipatore delle stagioni più felici degli anni ottanta. Nenni dovette affrontare e subire di persona la persecuzione del regime fascista, ed al suo dramma di esiliato si unì la tragedia della perdita, in un campo di concentramento, della figlia Vittoria.

Ricorre, quest’anno, il sessantesimo anniversario della lotta di liberazione nazionale. Il venticinque aprile del 2005 sarà perciò l’occasione per confermare la nostra sempiterna e duratura riconoscenza al sacrificio degli uomini e delle donne che combatterono, in una lotta di resistenza civile, per il progresso, per la libertà e la democrazia del nostro popolo. Fra di noi vi sono figli e nipoti di partigiani di quella libertà, pur nella drammatica divisione che oppose italiani ad italiani. E, nella necessaria volontà espressa di una riconciliazione nazionale, oggi come allora intendiamo ribadire che sul terreno delle libertà, della democrazia e del progresso civile si incontreranno sempre i socialisti italiani. Per questa ragione ricordiamo Pietro, il ‘partigiano della libertà’ e della ‘riscossa socialista’. Ed è altrettanto per questa ragione che non intendiamo fare polemiche. Ma se c’è una cosa che un’organizzazione socialista non deve fare, nell’Italia di oggi, è pensare di accaparrarsi le memorie e le vite come ‘santini’ per cercare di utilizzarli come polemica a scopi politici di bottega. Noi non avremmo mai definito “nostro” Pietro Nenni, che rappresenta una memoria condivisa da tutti i socialisti italiani.

Vent’anni dopo, in un freddo gennaio e nelle penosi condizioni che tutti ricordano e che io non posso dimenticare, moriva mio padre, Bettino Craxi. Il suo martirio, prima ancora che la sua dimensione politica, pesa non solo sulle speranze di rinnovamento del movimento socialista, a cui egli dedicò tutta la sua vita, ma su una Storia politica con la quale il nostro Paese non ha voluto e non ha saputo fare, fino alla fine ed in modo convincente, i suoi conti. Pesa, sul rinnovamento del Paese, non perché sia un eredità difficile ma in quanto eredità scomoda, eretica, che la politica ufficiale tenta di non riconoscere o di mettere fra parentesi, come un’occasione perduta o mancata nella Storia italiana e della sinistra.

Noi abbiamo il dovere di non lasciarla cadere, e di renderla attuale con la forza della nostre idee, opponendoci a chi vuole far valere la propria ragione con la forza. Il nostro partito, come ha detto anche il compagno Acquaviva, ha voluto ricordare Bettino Craxi riempiendo di luce una piazza che fu il palcoscenico di una delle scene più buie della Storia della Repubblica: di questo ve ne sono fraternamente grato.

Hanno tentato di cancellarci, ma non ci sono riusciti!

Ed oggi sono ancora vive le nostre speranze. Ignoreremmo la Storia se non rammentassimo che il riformismo fu sconfitto più volte e da più avversari, a destra e a sinistra. E che, oggi, i riformismi sono tanti, ma che solo quello socialista li può unificare in un progetto convincente.

E’ questa orgogliosa resistenza di questo giovane ma antico partito socialista, che rende ricca di senso e contenuto la nostra azione. Penso che la forza della nostra ragione abbia combattuto e vinto la sua battaglia. Penso che il partito che ha i più giovani deputati ed è così ricco di giovani militanti, non possa che essere il partito del futuro. Abbiamo combattuto per questo e dobbiamo prepararci ancora a farlo: lo dobbiamo nei confronti di chi non c’è più e di chi verrà dopo di noi.

Bettino Craxi amava citare una vecchia canzone dei maquisard, i resistenti francesi: “Quand un ami tombe, un ami sort de l’ombre à sa place”, quando un amico cade, un altro amico esce dall’ombra e prende il suo posto. C’è, nei giovani, nel nostro rinnovamento e nella nostra volontà di progredire e far progredire da socialisti la nostra società, la nostra speranza per il futuro.

Io ho fiducia e speranza nell’avvenire del socialismo italiano.

Io ho fiducia nell’avvenire di un Nuovo Partito Socialista.

Roma, 22 gennaio 2005

Bobo Craxi (Vicesegretario e Portavoce Nazionale PSI)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

scritto da maurocherubino
gennaio 25, 2005 00:26 / p-link / / commenti

giovedì, gennaio 20, 2005

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     Tesi congressuale 

     Documento Congressuale del MGS

   www.nuovopsi.com

 

scritto da maurocherubino
gennaio 20, 2005 09:55 / p-link / / commenti

mercoledì, gennaio 19, 2005

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scritto da maurocherubino
gennaio 19, 2005 03:58 / p-link / / commenti

martedì, gennaio 11, 2005

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“Tutte le democrazie occidentali non possono che giudicare come un fatto positivo la vittoria di Abu Mazen per un futuro di pace in Medioriente”.

“Il popolo palestinese, dopo la scomparsa di Yasser Arafat, ha dimostrato di saper reagire con grande maturità democratica, riuscendo a indebolire le spinte più radicali e violente”.

“In tal senso, Abu Mazen rappresenta la speranza per una stagione di rinnovamento nella continuità”.

“A lui e a tutto il popolo palestinese vanno i miei migliori auguri per un futuro di pace in tutto il Medioriente”.

 Bobo Craxi

vice-segretario portavoce nazionale  NPsi

scritto da maurocherubino
gennaio 11, 2005 12:06 / p-link / / commenti

Invia anche tu la lettera al Presidente Ciampi!