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lettera 22 di mauro cherubino
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lunedì, marzo 21, 2005

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 ALLA REGIONE LAZIO

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Alessia CORSALETTI

 

scritto da maurocherubino
marzo 21, 2005 19:10 / p-link / / commenti

lunedì, marzo 21, 2005

...

 

“Ugo dovrebbe dire che, per fortuna, ci sono almeno quelli del Nuovo Psi a difendere l’identità socialista!” 

“Il Nuovo Psi è un partito che c’è, mentre quello di Intini ha scelto di non esserci più, tant’è vero che gli elettori che sto incontrando in campagna elettorale mi chiedono che fine abbiamo fatto…”.

“Il risultato del Nuovo Psi alle prossime consultazioni regionali sarà importante, anche per stabilire le scelte e gli obiettivi del futuro”.

 

Roma, 21 marzo 2005

 

 

 

 

 

scritto da maurocherubino
marzo 21, 2005 18:49 / p-link / / commenti

giovedì, marzo 17, 2005

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L’acqua ‘sporca’ della sinistra italiana

di Vittorio Lussana

Qualcuno ha scritto di recente che il riformismo non si declama, si fa. In ciò, nulla da dire, per carità. Tuttavia, non concordo pienamente con il pensiero espresso, nelle scorse settimane, dalla maggior parte degli osservatori politici intorno alla pesantissima eredità politica di Bettino Craxi. La severità di un giudizio storico non sempre corrisponde a quella di un giudizio politico. I postcomunisti, a tutt’oggi contaminati da una serie di forzature ideologiche, ‘doppi binari’ e ‘togliattismi’ di svariata natura, sono indubbiamente in balia di alcune profonde contraddizioni. Pertanto, mi appare intellettualmente corretto chieder loro una sincera riflessione nel merito di un superficialismo massimalista, dimostrato in più occasioni e in diverse contingenze storiche.

Ciò nonostante, ritengo personalmente troppo severo giudicare la citazione di Bettino Craxi, pronunciata da Piero Fassino nel corso della relazione di chiusura del Congresso dei Ds, come una semplice forma di opportunismo politico, accusa che il Pci, tra l’altro, ha spesso e volentieri mosso proprio nei confronti dei socialisti. Da quanto accaduto, invece, io credo possa discendere - in qualche modo - di più, molto di più, per il futuro dell’intera sinistra riformista italiana.

L’eliminazione di Bettino Craxi dallo scenario politico non è avvenuta solamente per mano del giustizialismo comunista: mi permetto di ricordare come anche le reti Fininvest abbiano a lungo cavalcato l’onda del ‘vuoto nuovismo’ degli anni di Tangentopoli, ‘inchiodando’ Paolo Brosio davanti alla sede del Tribunale di Milano. E vengo altresì a rammentare l’epoca della direzione di Vittorio Feltri del quotidiano ‘L’indipendente’, così come i ‘cappi forcaioli’ alzati in bella mostra nell’aula di Montecitorio.

Se proprio si vuole proporre un’analisi, lo si deve fare con metodo, rovistando in ogni direzione e rielaborando incessantemente il proprio pensiero. E se si intende analizzare la ‘questione Craxi’ con la freddezza e l’obiettività che essa merita, liberandosi da ogni pur comprensibile animosità e da qualsiasi forma di intorpidimento piccolo-borghese, se è veramente questo e null’altro il nostro effettivo intendimento di fondo, allora credo non si debba nemmeno esser troppo ingenerosi nei confronti della figura, umana e politica, di Enrico Berlinguer.

A molti potrà sembrar strano, ma per un partito come il Pci, che ha sempre fatto della propria ‘diversità intellettuale’ la principale immagine ‘identitaria’ di riferimento, la questione dei rapporti con il mondo laico e socialdemocratico ha sempre rappresentato un problema soprattutto culturale, a causa di una serie di ‘macigni concettuali’ che hanno storicamente e ripetutamente rimandato l’obiettivo di una credibile trasformazione di quel partito in una consapevole forza alternativa di governo del Paese. Quando Enrico Berlinguer propose la formula del ‘compromesso storico’, l’indignazione nei confronti dell’affarismo democristiano era al culmine di tutte le campagne, politiche e di stampa, comuniste. Ma il moralismo del Segretario del Pci, quel suo essere tormentato da una possibile ‘deriva cilena’ dell’Italia e quella vocazione ad una frugalità popolare che egli credette di scorgere nel popolo comunista, non erano affatto corrispondenti alla realtà: molti militanti e simpatizzanti del Pci hanno in effetti amato il Berlinguer recriminatorio dell’alternativa democratica e degli scioperi ad oltranza davanti ai cancelli di Mirafiori, non quello dell’austerity disposto a collaborare costruttivamente con le forze democratiche del Paese. Berlinguer si era sostanzialmente posto il problema di portare ad effettivo compimento la ‘teorizzazione togliattiana’ della ‘mano tesa’ verso i cattolici. Ma quella strategia si rivelò deludente, dal punto di vista delle concretizzazioni politiche. E fu allora che Bettino Craxi ebbe la lucidità di individuare, come ha scritto di recente anche Don Gianni Baget Bozzo, quei margini di ribaltamento rivoluzionario del quadro politico in grado di porre in evidenza il problema di un effettivo rinnovamento della sinistra italiana, anche al fine di regolare i conti con la scissione di Livorno del 1921.

Craxi ha amato assai poco il compromesso storico. Ma ciò non fu conseguenza di un’astratta antipatia ideologica nei confronti di Berlinguer, bensì delle evidenti debolezze insite nella cosiddetta formula di ‘solidarietà nazionale’, poiché appariva ben difficile intraprendere un simile percorso quando era proprio il dato politico della solidarietà a mancare completamente tra le forze politiche italiane. Ed era, invece, proprio quella la ‘favola bella’ in cui s’era cullato, negli anni ’73 – ’79, Enrico Berlinguer.

In virtù di un siffatto ragionamento, considero perciò storicamente e politicamente errato ritenere, oggi, le figure di Craxi e di Berlinguer totalmente incompatibili. Al contrario, penso che esse siano legate a ‘filo doppio’, in quanto pienamente caratterizzanti di un’epoca, quella della ‘guerra fredda’, ormai al crepuscolo. E, in tutta onestà, ritengo compito precipuo di chi si professa e si declama autenticamente riformista, analizzare con serenità intuizioni ed errori, pregi e difetti, dell’uno e dell’altro, poiché da una simile operazione non può che discendere un gran bene per la sinistra italiana.

Consiglio ordunque i molti colleghi e commentatori politici che nelle scorse settimane hanno ritenuto opportuno versare i canonici chilometri di inchiostro intorno alla ‘questione Bettino Craxi’, a non gettare l’acqua ‘sporca’ con tutto ‘il bambino’, a riconoscere, nelle proprie analisi, quel fondamentale ed esclusivo valore politico rimasto effettivamente ‘in piedi’ delle tradizioni politiche della sinistra italiana: l’autonomismo socialista di Turati, Saragat, Nenni e, soprattutto, di Bettino Craxi.

 

 

 

 

 

 

scritto da maurocherubino
marzo 17, 2005 19:30 / p-link / / commenti

venerdì, marzo 11, 2005

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A margine del Consiglio Nazionale del Nuovo Psi conclusosi presso l’Hotel Palatino in Roma, il Vicesegretario e Portavoce Nazionale del Nuovo Psi, On. Bobo Craxi ha dichiarato: “Assistiamo a diverse e continue manipolazioni della Storia, difese ed esaltazioni a seconda delle convenienze”.

“Sul caso Sgrena, c’è stato un compromesso storico alla rovescia, con la difesa del partito della trattativa. Fin qui, ci si potrebbe anche stare, ma mentre si celebrano i 60 anni della lotta resistenziale, da una parte si offre il soccorso rosso alle liste dell’estrema destra, dall’altra gli epigoni del post fascismo si indignano per le ammende pubbliche all’esaltato nazista dell’olimpico”.

“E’proprio vero che la Storia e la sua rilettura non è materia facilmente condivisibile…”.

 Roma, 11 marzo 2005

scritto da maurocherubino
marzo 11, 2005 17:07 / p-link / / commenti

giovedì, marzo 10, 2005

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Bobo Craxi: “Mio padre ebbe più coraggio”
 
(tratto da ‘La Stampa’ del 9 marzo 2005, pag. 5)
 
Onorevole Bobo Craxi, c’è un’analogia tra il caso della sparatoria a Baghdad e la ferma risposta che suo padre, da presidente del Consiglio, diede agli americani che tentavano di riprendersi i palestinesi della ‘Achille Lauro’ a Sigonella?
“Premetto che sono orgoglioso che si sia riscoperto in modo positivo l’episodio di Sigonella, quando Bettino Craxi fece schierare i carabinieri attorno all’aereo Usa. Ma le cose stanno in modo diverso”.
 
Perché?
“Aspetti: mi faccia dire che il collegamento di mio padre a momenti ‘alti’ della politica italiana, di riscoperta dell’orgoglio nazionale, mi ha fatto piacere. E dovrebbe essere sufficiente questo per restituirgli tutti gli onori della nazione…”.
 
Quali sono le differenze?
“Allora il governo italiano affrontò a viso aperto gli Stati Uniti. Fu uno scontro trasparente. Si era su due posizioni diverse circa la liberazione della nave ‘Achille Lauro’ e degli ostaggi rimanenti. Gli italiani volevano usare i canali diplomatici per arrivare all’Olp, come infatti successe attraverso l’Egitto. La sovranità nazionale fu violata in ragione di quel modo diverso di vedere le cose”.
 
E in Iraq?
“Le visioni erano diverse rispetto agli ostaggi, ma né governo né l’opposizione hanno fatto risaltare questo dissidio. Si è proceduto con un blitz sfortunato, in cui, fin dall’origine, vi era un contrasto con l’amministrazione americana, me si è proceduto senza seguire il profilo di sicurezza che ha portato alla tragedia. E’ stato usato un ‘low profile’, perché l’operazione doveva esser tenuta segreta anche agli americani. Altrimenti, perché qualsiasi pattuglia avrebbe aperto il fuoco”?
 
Con Sambler, il presidente Berlusconi è stato fermo.
“Lo scontro oggi è sulla dinamica di come sono andate le cose, lo ha strattonato dopo. Nell’operazione Giuliana Sgrena non si sa se ci sono stati Paesi mediatori, se è stato pagato un riscatto, se americani e autorità irachene erano d’accordo. L’orgoglio, quando c’è stato un nostro agente ucciso, adesso purtroppo non serve a molto”.
 

scritto da maurocherubino
marzo 10, 2005 10:02 / p-link / / commenti

lunedì, marzo 07, 2005

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Bobo Craxi: basta con la subalternità agli Stati Uniti
 
Tenere la schiena dritta come Bettino a Sigonella”
 
ROMA – “Berlusconi venga in Parlamento con le dimissioni dei responsabili”. Bobo Craxi, leader del Psi, critica l’atteggiamento di “subalternità agli Usa: non fu quello di Bettino Craxi, mio padre, nella vicenda di Sigonella”. Esorta a “tenere la schiena dritta” con gli americani, in nome della chiarezza: “Occorre evitare un altro Cermis”.
E’ stato un incidente, onorevole Craxi?
“Un incidente necessario, magari. E’ un episodio che apre interrogativi inquietanti, nel senso che la storia dell’agente segreto che non si ferma allo stop e viene trucidato è una favola che pochi potrebbero digerire”
Il compagno di Giuliana Sgrena, Pier Scolari, parla di agguato e la destra lo attacca. Si è trattato di un agguato, secondo lei?
“Non so se definirlo agguato, ma ha l’aria di una spy - story, non di un tragico errore in una notte buia. Mi vengono in mente l’amministrazione Carter e gli elicotteri che caddero nel deserto iraniano mentre stavano per fare un blitz all’ambasciata di Teheran per riprendersi gli ostaggi. Si disse che furono vittime di una tempesta e i sospetti ricaddero sui servizi di un altro Paese. E’ evidente che gli Usa non possono sopportare una politica estera del ‘doppio binario’ che è, invece, quella che tradizionalmente il nostro Paese ha sempre seguito. La fedeltà atlantica non può mettere in discussione la nostra necessità di salvare vite umane, soprattutto quando sono italiane”.
Invita Berlusconi e il governo a prendere esempio da Bettino Craxi?
“Mio padre fu coraggioso, senza che ciò si confondesse con antiamericanismo. L’Italia aveva ed ha ben chiaro da quale parte del mondo vuole stare e, tuttavia, ciò non può per nessuna ragione incrinare i nostri buoni rapporti con il mondo arabo, aree del fanatismo islamico comprese. Certo che su Sigonella di coraggio ce ne volle…”.
Berlusconi dovrebbe ritirare le truppe dall’Iraq?
“Bisogna essere molto energici con gli Stati Uniti, fino al punto di una possibile rottura”.
Insomma, andarsene da Nassiriya?
“Bisogna riconsiderare le regole del nostro ingaggio. E poi, proprio in ragione della nostra amicizia, accettare una subalternità, accontentarsi di dare la responsabilità al destino cinico e baro, è sbagliato. Ci vuole chiarezza, occorre evitare un altro Cermis e avere il coraggio che ci fu nella vicenda di Sigonella”.
Un apprezzamento per l’intelligence italiana?
“Le due Simone, la Sgrena, gli altri rapiti non sarebbero stati liberati se i nostri servizi non fossero figli di una consolidata cultura. Questo forse fa ritenere scomoda la nostra intelligence”.
(tratto dal quotidiano “la Repubblica” del 6 marzo 2005, pag. 10)
 
 

scritto da maurocherubino
marzo 07, 2005 10:04 / p-link / / commenti

domenica, marzo 06, 2005

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LA MIA VERITA'

di Giuliana Sgrena

Sto ancora nel buio. E' stata quella di venerdì la giornata più drammatica della mia vita. Erano tanti i giorni che ero stata sequestrata. Avevo parlato solo poco prima con i miei rapitori, da giorni dicevano che mi avrebbero liberato. Vivevo così ore di attesa. Parlavano di cose delle quali soltanto dopo avrei capito l'importanza. Dicevano di problemi «legati ai trasferimenti».

Avevo imparato a capire che aria tirava dall'atteggiamento delle mie due «sentinelle», i due personaggi che mi avevano ogni giorno in custodia. Uno in particolare che mostrava attenzione ad ogni mio desiderio, era incredibilmente baldanzoso. Per capire davvero quello che stava succedendo gli ho provocatoriamente chiesto se era contento perché me ne andavo oppure perché restavo. Sono rimasta stupita e contenta quando, era la prima volta che accadeva, mi ha detto «so solo che te ne andrai, ma non so quando».

A conferma che qualcosa di nuovo stava avvenendo a un certo punto sono venuti tutti e due nella stanza come a confortarmi e a scherzare: «Complimenti - mi hanno detto - stai partendo per Roma». Per Roma, hanno detto proprio così.

Ho provato una strana sensazione. Perché quella parola ha evocato subito la liberazione ma ha anche proiettato dentro di me un vuoto. Ho capito che era il momento più difficile di tutto il rapimento e che se tutto quello che avevo vissuto finora era «certo» ora si apriva un baratro di incertezze, una più pesante dell'altra. Mi sono cambiata d'abito. Loro sono tornati: «Ti accompagniamo noi, e non dare segnali della tua presenza insieme a noi sennò gli americani possono intervenire».

Era la conferma che non avrei voluto sentire. Era il momento più felice e insieme il più pericoloso. Se incontravamo qualcuno, vale a dire dei militari americani, ci sarebbe stato uno scontro a fuoco, i miei rapitori erano pronti e avrebbero risposto. Dovevo avere gli occhi coperti. Già mi abituavo ad una momentanea cecità.

Di quel che accadeva fuori sapevo solo che a Baghdad aveva piovuto. La macchina camminava sicura in una zona di pantani. C'era l'autista più i soliti due sequestratori. Ho subito sentito qualcosa che non avrei voluto sentire. Un elicottero che sorvolava a bassa quota proprio la zona dove noi ci eravamo fermati. «Stai tranquilla, ora ti verranno a cercare...tra dieci minuti ti verranno a cercare». Avevano parlato per tutto il tempo sempre in arabo, e un po' in francese e molto in un inglese stentato. Anche stavolta parlavano così.

Poi sono scesi. Sono rimasta in quella condizione di immobilità e cecità. Avevo gli occhi imbottiti di cotone, coperti da occhiali da sole. Ero ferma. Ho pensato...che faccio? comincio a contare i secondi che passano da qui ad un' altra condizione, quella della libertà? Ho appena accennato mentalmente ad una conta che mi è arrivata subito una voce amica alle orecchie: «Giuliana, Giuliana sono Nicola, non ti preoccupare ho parlato con Gabriele Polo, stai tranquilla sei libera».

Mi ha fatto togliere la "benda" di cotone e gli occhiali neri. Ho provato sollievo, non per quello che accadeva e che non capivo, ma per le parole di questo "Nicola". Parlava, parlava, era incontenibile, una valanga di frasi amiche, di battute. Ho provato finalmente una consolazione quasi fisica, calorosa, che avevo dimenticato da tempo.

La macchina continuava la sua strada, attraversando un sottopassaggio pieno di pozzanghere, e quasi sbandando per evitarle. Abbiamo tutti incredibilmente riso. Era liberatorio. Sbandare in una strada colma d' acqua a Baghdad e magari fare un brutto incidente stradale dopo tutto quello che avevo passato era davvero non raccontabile. Nicola Calipari allora si è seduto al mio fianco.

L'autista aveva per due volte comunicato in ambasciata e in Italia che noi eravamo diretti verso l' aereoporto che io sapevo supercontrollato dalle truppe americane, mancava meno di un chilometro mi hanno detto... quando.... Io ricordo solo il fuoco. A quel punto una pioggia di fuoco e proiettili si è abbattuta su di noi zittendo per sempre le voci divertite di pochi minuti prima.

L'autista ha cominciato a gridare che eravamo italiani, "siamo italiani, siamo italiani....", Nicola Calipari si è buttato su di me per proteggermi, e subito, ripeto subito, ho sentito l'ultimo respiro di lui che mi moriva addosso. Devo aver provato dolore fisico, non sapevo perché. Ma ho avuto una folgorazione, la mia mente è andata subito alle parole che i miei rapitori mi avevano detto. Loro dichiaravano di sentirsi fino in fondo impegnati a liberarmi, però dovevo stare attenta "perché ci sono gli americani che non vogliono che tu torni".

Allora, quando me l'avevano detto, avevo giudicato quelle parole come superflue e ideologiche. In quel momento per me rischiavano di acquistare il sapore della più amara delle verità. Il resto non lo posso ancora raccontare.

Questo è stato il più drammatico. Ma il mese che ho vissuto da sequestrata ha probabilmente cambiato per sempre la mia esistenza. Un mese da sola con me stessa, prigioniera delle mie convinzioni più profonde. Ogni ora è stata una verifica impietosa sul mio lavoro. A volte mi prendevano in giro, arrivavano a chiedermi perché mai volessi andar via, di restare. Insistevano sui rapporti personali. Erano loro a farmi pensare a quella priorità che troppo spesso mettiamo in disparte.

"Chiedi aiuto a tuo marito", dicevano. E l'ho detto anche nel primo video che credo avete visto tutti. La mia vita è cambiata. Me lo raccontava l'ingegnere iracheno Ra'ad Ali Abdulaziz di "Un Ponte per" rapito con e due Simone, "la mia vita non è più la stessa", mi diceva. Non capivo. Ora so quello che volesse dire. Perché ho provato tutta la durezza della verità, la sua difficile proponibilità. E la fragilità di chi la tenta.

Nei primi giorni del rapimento non ho versato una sola lacrima. Ero semplicemente infuriata. Dicevo in faccia ai miei rapitori: "Ma come, rapite me che sono contro la guerra?" E quel punto loro aprivano un dialogo feroce. "Sì, perché tu vuoi parlare con la gente, non rapiremmo mai un giornalista che se ne sta chiuso in albergo. E poi il fatto che dici di essere contro la guerra potrebbe essere una copertura".

Io ribattevo, quasi a provocarli: "E' facile rapire una donna debole come me, perché non provate con i militari americani? ". Insistevo sul fatto che non potevano chiedere al governo italiano di ritirare le truppe, il loto interlocutore "politico" non poteva essere il governo ma il popolo italiano che era ed è contro la guerra.

E' stato un mese di altalena, tra speranze forti e momenti di grande depressione. Come quando, era la prima domenica dopo il venerdì del rapimento, nella casa di Baghdad dove ero sequestrata e su cui svettava una parabolica, mi fecero vedere un telegiornale di Euronews. Lì ho visto la mia foto in gigantografia appesa al palazzo del comune di Roma. E mi sono rincuorata. Poi però, subito dopo è arrivata la rivendicazione della Jihad che annunciava la mia esecuzione se l'Italia non avesse ritirato le truppe.

Ero terrorizzata. Ma subito mi hanno rassicurata che non erano loro, dovevano diffidare da quei proclami, erano dei "provocatori". Spesso chiedevo a quello che, dalla faccia, sembrava il più disponibile che comunque aveva, con l'altro , un aspetto da soldato: "Dimmi la verità, mi volete uccidere". Eppure,molte volte, c'erano strane finestre di comunicazione, proprio con loro. "Vieni a vedere un film in tv", mi dicevano, mentre una donna wahabita, coperta dalla testa ai piedi girava per casa e mi accudiva.

I rapitori mi sono sembrati un gruppo molto religioso, in continua preghiera sui versetti del Corano. Ma venerdì, al momento del mio rilascio, quello tra tutti che sembrava il più religioso e che ogni mattina si alzava alle 5 per pregare, mi ha fatto le sue "congratulazioni" incredibilmente stringendomi fortemente la mano - non è un comportamento usuale per un fondamentalista islamico -, aggiungendo "se ti comporti bene parti subito".

Poi un episodio quasi divertente. Uno dei due guardiani è venuto da me esterrefatto sia perché la tv mostrava i miei ritratti appesi nelle città europee e sia per Totti. Sì Totti, lui si è dichiarato tifoso della Roma ed era rimasto sconcertato che il suo giocatore preferito fosse sceso in campo con la scritta "Liberate Giuliana" sulla sua maglietta.

Ho vissuto in un enclave in cui non avevo più certezze. Mi sono ritrovata profondamente debole. Avevo fallito nelle mie certezze. Io sostenevo che bisognava andare a raccontare quella guerra sporca. E mi ritrovavo nell'alternativa o di stare in albergo ad aspettare o di finire sequestrata per colpa del mio lavoro.

"Noi non vogliamo più nessuno", mi dicevano i sequestratori. Ma io volevo raccontare il bagno di sangue di Falluja dalle parole dei profughi. E quella mattina già i profughi o qualche loro "leader" non mi ascoltavano. Io avevo davanti a me la verifica puntuale delle analisi su quello che la societa' irachena è diventata con la guerra e loro mi sbattevano in faccia la loro verità: "Non vogliamo nessuno, perché non ve ne state a casa, che cosa ci può servire a noi questa intervista?".

L'effetto collaterale peggiore, la guerra che uccide la comunicazione, mi precipitava addosso. A me che ho rischiato tutto, sfidando il governo italiano che non voleva che i giornalisti potessero raggiungere l'Iraq, e gli americani che non vogliono che il nostro lavoro testimoni che cosa è diventato quel paese davvero con la guerra e nonostante quelle che chiamano elezioni.

Ora mi chiedo. E' un fallimento questo loro rifiuto?

Il Manifesto, 6 marzo 2005

 

scritto da maurocherubino
marzo 06, 2005 23:58 / p-link / / commenti

domenica, marzo 06, 2005

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Fini non ha nulla da chiedere
 
di Mauro Cherubino
 
Chi conosce la storia personale e politica di Gianfranco Fini, non si e’ certo stupito di sentire e leggere le sue dichiarazioni rilasciate a seguito del drammatico evento di Baghdad, dove una  pattuglia della fanteria statunitense ha provocato la morte del Funzionario del Sisde Nicola Calipari ed il ferimento della giornalista del Manifesto Giuliana Sgrena . Un episodio drammatico e gravissimo sul quale tutti, ma prorio tutti, in queste ore chiedono chiarimenti alle autorità militari e politiche degli Stati Uniti d’America. Lui no. Gianfranco Fini ha manifestato istantaneamente la sua fedeltà all’alleato, sentendo il dovere di non porsi alcuna domanda.  Per Gianfranco Fini non vi e’ nulla da chiarire, nulla da chiedere. “Davanti al caso e alla fatalità non c'e' assolutamente  nulla  da chiedere, e stato un macabro scherzo del destino”. Con queste parole, il Ministro degli Esteri celebra la sua fedeltà atlantica in dissenso,  e forse anche in contrasto,  con le parole e le azioni intraprese dal Presidente del Consiglio dei Ministri. Chi lo conosce , e lo ha conosciuto negli anni ormai lontani, non si e’ stupito perchè Gianfranco Fini e’ un opportunista, un camaleonte e non solo.  In questa vicenda l’essere stato escluso dall’ Affaire Sgrena ha pesato. Per la “gestione” delle trattative ed a rappresentare il Governo Italiano,  il Presidente del Consiglio ha prescelto un suo uomo: Gianni Letta.
Fini manda un messaggio alla Casa Bianca, un messaggio messo in atto  con una lealtà senza riserve  e senza porre domande, anche’ perche’ “non c’e’ nulla da chiedere”.
Gianfranco Fini non e’ certo un raffinato uomo politico, non e’ un  uomo dalla “politica alta”. Il Presidente emerito della Repubblica Italiana, Francesco Cossiga di lui ha detto: “mischia un po' tutto, Evola e il liberismo, la conservazione e il libertarismo”,  Bettino Craxi disse che rappresentava “il vuoto incarnato”.  Gianfranco Fini, per chi di politica comprende, e’ il vuoto politico e culturale, e non solo. In questa occasione ha mostrato il suo aspetto peggiore e Mariotto Segni colse gli aspetti del personaggio : Con la sua fredda astuzia - disse  - sembra il duca Valentino dei Borgia. In questa occasione ha mostrato la sua natura, la natura di sempre, ma Silvio Berlusconi conosce il suo alleato da solo dieci anni.
La Signora Sgrena si trovava a Baghdad per svolgere il suo lavoro di giornalista, per raccontare la guerra, questa guerra, voluta anche dal presidente Fini. Nicola Calipari si trovava a Baghdad per svolgere le sue funzioni, al servizio dello  Stato.
L'onorevole  Gianfranco Fini, nel 1990,  si trovava a Baghdad con una delegazione della quale faceva parte il suo amico Jean-Marie Le Pen, insieme,  in visita a Saddam Hussein Presidente dell’ Iraq e Leader del partito Bat.
In una occasione non remota,  l’onorevole Fini definì  i pacifisti, che richiedevano il ritiro delle nostre truppe dal territorio iracheno, dei vili paragonando il loro operato   a quello di Ponzio Pilato.  Ma Fini dovrebbe porre attenzione prima di parlare di viltà.
In passato,  i comportamenti  tenuti  come militante e  come uomo  fecero guadagnare a  Fini un soprannome sul campo,  un soprannome che i suoi  “camerati” gli conferirono non certo per le sue doti di altruismo e coraggio.
Un servitore dello Stato e' caduto nell' adempimento del suo dovere e Gianfranco Fini  "non ha nulla da chiedere",  nemmeno il rispetto da parte del  popolo italiano.
 

 

scritto da maurocherubino
marzo 06, 2005 19:40 / p-link / / commenti

domenica, marzo 06, 2005

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Torretta: «Anche noi sfuggite agli Usa»

L'ex ostaggio del «Ponte» racconta la sua liberazione: nascoste ai check point, gli americani volevano prenderci
ANGELO MASTRANDREA
ROMA

«Gli americani ci volevano per interrogarci, il nostro convoglio è stato fermato più volte sulla strada per l'aeroporto ma i servizi segreti ci hanno sempre protette e non hanno dato loro le nostre generalità. Ricordo poi la tensione del pilota. Ci disse di stare in silenzio finché non fossimo in volo perché l'aereo non aveva alcuna autorizzazione a partire. Per questo decollò con le luci spente». Quella volta andò bene, ai check point le tre auto dei servizi che in gran velocità percorsero l'autostrada che da Baghdad porta all'aeroporto riuscirono a imbarcare in gran velocità e in gran segreto, nascondendole agli americani, le due Simone su un aereo della Croce Rossa che non aveva alcuna autorizzazione e per questo fu costretto a partire a fari spenti. Simona Torretta guarda al computer le foto di quell'uomo che le cronache descrivono ucciso da "fuoco amico". «Sì, è proprio lui. E' quello che ci ha liberato. C'erano anche altri, ricordo una donna e alcuni militari, ma lui era la persona più umana. L'unica di cui ricordo il nome». Poi chiama la sua compagna di lavoro e di prigionia Simona Pari, «hanno ucciso Nicola», e ancora il presidente di Un ponte per Fabio Alberti. Decidono di far visita alla famiglia di Nicola Calipari, il «liberatore», anche se nel frattempo si avvicina la mezzanotte. In tv scorrono le immagini dell'ultimo video di Giuliana, vestita di nero dietro a una tavola imbandita di frutta e un Corano. «Fecero lo stesso anche con noi, ci regalarono addirittura una copia del Corano, nel video dicevamo, come fa anche Giuliana, che ci avevano trattato bene, ed era la verità». Ci sono diverse analogie tra i due sequestri e le rispettive liberazioni, compresa la dinamica del trasferimento all'aeroporto e della partenza per l'Italia. Simona ce l'ha con gli americani, «fanno sempre così, questa volta è scoppiato il caso perché ci sono di mezzo degli occidentali e non dei poveri iracheni innocenti». E parla, di «cose che non avevo mai raccontato finora» e che riguardano le ultime fasi della sua liberazione, per aiutare a dare una spiegazione a quanto accaduto ieri lungo quella stessa strada.

Allora Simona, cosa accadde davvero in quelle ore?

Sapevamo bene che il momento più delicato di tutta questa vicenda per noi era quello del rilascio. Non eravamo preoccupate dagli iracheni, perché dopo il video in cui si annunciava la liberazione sapevamo che non ci avrebbero fatto più nulla. Il pericolo erano gli americani, che avrebbero voluto prenderci per interrogarci e prendere informazioni.

Come facevate a saperlo?

E' una realtà che impari solo vivendo in quel contesto. Avevano fatto lo stesso anche con i francesi, ritardando per due volte la liberazione. E poi lo fanno quotidianamente con gli iracheni, con la differenza che nessuno ne parla. Addirittura il giorno della liberazione dell'Iraq, quando le tv di tutto il mondo mostrarono l'abbattimento della statua di Saddam, ho visto delle persone uccise in un'auto. E' noto che loro sparano a chiunque si avvicini.

Siete state fermate dagli americani lungo la strada?

Dopo il rilascio, alla moschea, siamo salite su un taxi su cui c'erano Scelli (il commissario della Croce rossa, ndr) e un suo collega iracheno. Al primo posto di controllo ci hanno fatto salire su un'auto dei servizi segreti. Il convoglio che ci ha portato fino all'aeroporto era composto da tre auto, è stata un'operazione velocissima, anche allora avvenuta di notte. Ricordo Nicola, c'era anche una donna e alcuni militari, presumibilmente tutti legati all'intelligence. I servizi ci hanno sempre protetto, siamo stati fermati diverse volte lungo la strada dagli americani, ma non hanno dato loro le nostre generalità e siamo riusciti sempre a ripartire. E' probabile che anche stavolta ad andare verso l'aeroporto non sia stata solo un'auto, ma un convoglio.

Hai l'impressione che sapessero che c'eravate voi nell'auto?

Non lo so.

Com'è potuto accadere che stavolta invece abbiano sparato?

I militari Usa spesso non hanno ordini precisi, mi è capitato di trovarne alcuni che non sapevano nemmeno dove stavano esattamente. Sono giovani, spesso senza esperienza, hanno molta paura e l'unica loro forma di dialogo è premere il grilletto.

E anche i nostri servizi segreti hanno dovuto difendersi dagli americani.

Non sono stata tranquilla finché non abbiamo cominciato a sorvolare la Turchia e a entrare in territorio europeo. Solo allora ho pensato che non ci sarebbe accaduto più nulla. All'aeroporto il pilota era molto teso e ci ha detto chiaramente che non avevamo l'autorizzazione a ripartire e di stare tranquille e in silenzio finché non fossimo stati in volo. Mi pare che quell'aereo fosse stato autorizzato ad atterrare lì con la scusa di dover scaricare delle medicine. Poi è ripartito a luci spente.

da Il Manifesto del 5 marzo 2005

 
 

scritto da maurocherubino
marzo 06, 2005 11:56 / p-link / / commenti

sabato, marzo 05, 2005

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SGRENA: SCOLARI, I RAPITORI L'AVEVANO AVVERTITA

Un avvertimento dai rapitori a Giuliana Sgrena: "stai molto attenta, non farti notare, tieni conto che gli americani non vogliono farti uscire". Un'affermazione come tante altre che Giuliana probabilmente aveva considerato una sciocchezza. Fatto sta che questo i rapitori alla giornalista lo hanno proprio detto. A confermarlo e' il compagno di Giuliana, Pier Scolari. Sara', "fantapolitica", osserva, sara' probabilmente un'affermazione come altre, ma e' quanto "due ore prima" chi ha tenuto la giornalista segregata (sempre in uno stesso luogo, una stessa casa) aveva detto alla prigioniera. Sulla dinamica dei fatti, Scolari afferma: "non sposo nessuna tesi. Ma non si racconti che e' colpa degli italiani che stavano accompagnando Giuliana all'aeroporto". Non c'e' stata nessuna velocita' eccessiva dell'auto. Non c'e' stato alcun alt. "Io chiedo che ci sia un'indagine seria sulla morte di Nicola Calipari, l'uomo che ha salvato la vita a Giuliana. E' giusto riconoscere l'onore di quest'uomo, al quale mi risulta che Ciampi consegnera' la medaglia d'oro". Quanto alla mancata collaborazione tra i servizi Usa e quelli italiani, Pier Scolari non sembra vedervi una giustificazione plausibile. Ricorda che quando e' scoppiato il putiferio era in diretta telefonica da palazzo Chigi; che il presidente del Consiglio si e' gia' diplomaticamente mosso con gli Usa. E che alla sua domanda su che cosa potesse raccontare dei fatti di cui stato era diretto testimone, gli ha risposto di dire tranquillamente tutta la verita' .

Tratto da Repubblica.it

scritto da maurocherubino
marzo 05, 2005 18:53 / p-link / / commenti

sabato, marzo 05, 2005

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Pier Scolari: ''E' stato un agguato''

Il compagno della Sgrena: ''Giuliana aveva informazioni che i militari americani non volevano fossero divulgate. 'E' stato un agguato''.

Gli stessi rapitori le avrebbero detto: "Stai attenta, perché ti vogliono ammazzare".

E' questa la lettura di Pier Scolari sulla sparatoria di ieri sera sulla strada dell'aeroporto di Baghdad, in cui ha perso la vita l'agente del Sismi Nicola Calipari. ''Ho elementi per pensarlo. L'Italia non creda alla versione americana di come sono andati i fatti'', ha aggiunto il compagno di Giuliana Sgrena uscendo dall'ospedale militare del Celio dove la giornalista e' ricoverata.

''Giuliana aveva in mano informazioni che evidentemente i militari americani non volevano che venissero divulgate. Se così non fosse -aggiunge Scolari- allora siamo davvero in mano a dei deficienti, a ragazzini terrorizzati che sparano contro chiunque capiti loro a tiro''. L'accusa di Scolari agli americani è molto dura. ''Giuliana aveva avuto informazioni, alle quali per altro non aveva dato peso, secondo le quali gli americani non l'avrebbero lasciata tornare a casa viva. Certo, alla luce di quanto è successo, si potrebbe anche pensare male... pensare che gli americani non volevano il lieto fine di questa vicenda''.

 

 

 

Roma, 5 mar. - (Adnkronos) -

 

scritto da maurocherubino
marzo 05, 2005 16:54 / p-link / / commenti

sabato, marzo 05, 2005

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 L’On. Bobo Craxi, Vicesegretario e Portavoce Nazionale del Nuovo Psi, presenterà nei prossimi giorni un’interrogazione parlamentare diretta al Presidente del Consiglio dei Ministri, On. Silvio Berlusconi ed al Ministro degli Esteri, On. Gianfranco Fini, al fine di chiedere un chiarimento ufficiale in merito a quanto accaduto in Iraq nel corso dell’operazione di liberazione della giornalista de ‘Il Manifesto’ Giuliana Sgrena. “Le prime versioni su ciò che è successo”, dichiara il parlamentare socialista, “mi appaiono tutt’altro che convincenti: non credo si sia trattato di un semplice incidente o di un intrigo senza logica politica e militare”.“E’ necessario arrivare alla verità per conoscere chi, fra gli americani, si sia assunto la responsabilità di attentare alla vita di Giuliana Sgrena ed ha colpito il nostro valoroso funzionario”.

 

 

Roma, 5 marzo 2005

scritto da maurocherubino
marzo 05, 2005 13:25 / p-link / / commenti (1)

sabato, marzo 05, 2005

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Cari amici e compagni de Il Manifesto,
un solo abbraccio per esservi vicino in questo momento di gioia e di dolore.
Un  augurio sincero affinchè presto,  voi tutti,  possiate abbracciare Giuliana e donarle, con la vostra amicizia ed il vostro affetto, nuova serenità.
Che il vostro abbraccio, sia l' abbraccio di tutti noi.
 
Mauro Cherubino.

scritto da maurocherubino
marzo 05, 2005 09:25 / p-link / / commenti

sabato, marzo 05, 2005

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La gioia, il dolore, la vergogna

di Mauro Cherubino

E' con grande gioia che abbiamo appreso la notizia della liberazione di Giuliana. Una notizia attesa da tempo, una speranza che si e' vista realizzata in queste ore.  Attendiamo il suo ritorno in patria, attendiamo che Giuliana possa confortarsi nell'abbraccio del suo compagno  Pier Scolari , dei suoi genitori, dei colleghi del Manifesto, di noi tutti.

L'augurio piu' grande e' che la serenità possa essere sua compagna di vita, dopo che la stupidità dell' uomo l'ha strappata ai suoi affetti. Giuliana tornerà e continuerà i suoi giorni raccontando e combattendo giorno dopo giorno con passo lento e sicuro la sua battaglia contro quella stupidità che rende miope l'orizzonte dell'uomo. 

Nella stessa vicenda, alla gioia ed alla vita si contrappone il dolore e la morte. Il nostro pensiero e' per Nicola Calipari, funzionario del sismi, che dopo aver mediato in territorio iracheno per la liberazione di Giuliana, ha trovato la morte facendo scudo e salvando la vita a Giuliana, a seguito di un tragico episodio "sulla via del ritorno"  che ha veduto una pattuglia dell' Esercito statunitense fare fuoco sul veicolo dei servizi segreti italiani  che conduceva Giuliana Sgrena verso la libertà. Il nostro pensiero e' per la Sua famiglia: per sua moglie, per i suoi due figli. Spesso si dice che solamente il silenzio puo' onorare un servitore dello Stato, in questa vicenda l'augurio e' che il silenzio non venga onorato.  Necessita fare chiarezza sull' accadimento e ci auguriamo che il nostro governo non abbia un atteggiamento di sudditanza nei confronti del governo degli Stati Uniti d'America.  Siano richiesti immediti chiarimenti alle autorità militari e politiche statunitensi, sia immediatamente istituita una commissione d'inchiesta che indaghi sull'accaduto.

In seguito al "fuoco amico" , dove ha perduto la vita Nicola Calipari, sono stati feriti la stessa Giuliana Sgrena, una inviata e due agenti dei servizi facenti parte della scorta dell'equipaggio. Sembra che la pattuglia statunitense abbia sparato oltre trecento colpi di arma da fuoco sul veicolo in prossimità di un check point. Le prime notizie parlavano di una lieve ferita alla spalla per Giuliana, ma con il trascorrere delle ore sono trapelate notizie di un ferimento grave, di una perforazione del polmone a seguito del quale la giornalista e' stata operata. Un'operazione perfettamente riuscita.

Silenzio invece doveroso per le  parole pronunciate dal Ministro della Repubblica Calderoli a seguito della liberazione di Giuliana Sgrena. Parole che ci fanno provare un solo sentimento, quello della vergogna.

Anzi no, per le parole del Ministro dobbiamo provare imbarazzo. 

La vergogna riserviamola  a chi ci ha condotto nella  scelta di partecipare  a questa guerra, si perche' e' solo una lurida e sporca guerra. Null'altro.

Giuliana ti aspettiamo, a presto.

Roma, 5 mar. (Apcom) –

Il presidente americano George W. Bush, a quanto si apprende, si sarebbe detto, nel corso della telefonata con Silvio Berlusconi, "profondamente addolorato per quanto accaduto", ed avrebbe inoltre garantito che darà il via "a un'approfondita indagine per accertare le circostanze del tragico evento". Il capo della Casa Bianca ha fatto sapere a Berlusconi di aver "pregato per la guarigione di Giuliana Sgrena".

 

MILLE E MILLE TELEGRAMMI  

AL PRESIDENTE DEL CONSIGLIO

I BLOGGER POSSONO FARLO

Lettera 22,  invita i suoi lettori ad inviare un TELEGRAMMA  al Signor Presidente del Consiglio dei Ministri, Silvio Berlusconi , affinche' venga rispettato l'impegno da parte del Presidente degli Stati Uniti d' America  di avviare una seria indagine su quanto accaduto in occasione del trasferimento della giornalista de "Il Manifesto" Giuliana Sgrena.  A seguito dell' "incidente"   il  fuoco amico,  aperto ad un check point delle forze armate statunitensi , ha causato la morte di  Nicola Calipari funzionario del sismi e vi sono stati quattro feriti tra i quali la giornalista appena liberata. Giuliana Sgrena e' stata sottoposta ad intervento chirurgico e nelle prossime ore fara' rientro in Italia.  Comprendiamo il dolore del Signor Presidente e siamo certi che gli organi di indagine militari e politici degli Stati Uniti d' America  faranno tutto quello che e' nelle loro competenze al fine dell' accertamento della verità, ma il nostro dolore per la strage del Cermis e l'aver disatteso il senso di giustizia e' ancora vivo nella nostra memoria.

IL TESTO

Ill.mo Signor Presidente del Consiglio dei Ministri ,

in occasione del tragico evento accaduto in territorio iracheno presso un Check- Point delle forze armate alleate degli Stati Uniti d' America, che ha provocato la morte del funzionario del Sismi Nicola Calipari ed il ferimento di alcuni componenti dell'equipaggio italiano, tra i quali la stessa giornalista Giuliana Sgrena , siamo a rappresentarLe la nostra richiesta affinche' Ella si faccia  garante presso le Autorità degli Stati Uniti d'America  di una indagine approfondita per accertare le circostanze del tragico evento e le eventuali responsabilità.

Siamo sicuri che il senso alto di giustizia del popolo degli  Stati Uniti d' America  e del Suo Presidente, consentiranno l'accertamento della verità e delle  eventuali  responsabilità, ma riteniamo altresi opportuna la costituzione di una commissione parlamentare di indagine .

Nome Cognome

Cittadino della Repubblica Italiana

Inviare a:

Ill.mo Signor Presidente del Consiglio dei Ministri

On. Silvio Berlusconi

Palazzo Chigi - Roma

DIFFONDI QUESTA INIZIATIVA TRA I BLOGGER

 

 

scritto da maurocherubino
marzo 05, 2005 09:23 / p-link / / commenti

sabato, marzo 05, 2005

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Liberazione di Giuliana Sgrena: ultimi aggiornamenti

Berlusconi 

Qualcuno si dovra' assumere le responsabilità

''Ho convocato immediatamente l'ambasciatore americano, che dovra' chiarire il comportamento dei militari americani per un incidente cosi' grave di cui qualcuno dovra' assumersi le responsabilita'''. Lo ha detto il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi nel corso di una conferenza stampa a Palazzo Chigi. ''Siamo rimasti impietriti quando siamo stati raggiunti dalla telefonata che ci ha informato di questa casualita'. Siamo rimasti al telefono attoniti. L'incidente che si e' purtroppo verificato e' stato molto vicino all' aeroporto: una sparatoria a un check-point americano. Alcuni colpi hanno colpito la macchina. Un uomo e' stato colpito da una pallottola mortale. Siamo impietriti e attoniti per questa fatalita'''.

Ansa

Fini

Davanti al caso e alla fatalità non c'e'  nulla  da chiedere

Mentre il Presidente del Consiglio dei Ministri, Silvio Berlusconi, ha convocato l'ambasciatore statunitense a Roma Mel Sembler ed ha avuto una telefonata con il Presidente George W. Bush chiedendo che "sia fatta piena luce"  sul comportamento dei militari statunitensi per "un incidente cosi' grave di cui qualcuno dovra' assumersi le responsabilità" il Ministro degli Esteri, Gianfranco Fini, in una intervista al Corriere della Sera "onora" la sua lealtà atalantica dichiarando che "Davanti al caso e alla fatalità non c'e' assolutamente  nulla  da chiedere".

lettera22

Roma, 5 mar. (Apcom) - l'epilogo tragico della liberazione di Giuliana Sgrena è un "macabro scherzo del destino" dice al Corriere della Sera il Ministro degli esteri italiano Gianfranco Fini, ma quello che è accaduto non muta i rapporti tra Italia e America: "il giudizio sugli Usa non cambia".

Fini mette in guardia da qualsiasi reazione "antiamericana": "sarebbe uccidere un'altra volta il povero Calipari" dice il capo della diplomazia italiana. Quanto è accaduto è da imputare "al caso, alla fatalità" e davanti "al caso e alla fatalità non c'è assolutamente nulla da chiedere e men che meno da sdrammatizzare... il mio giudizio nei confronti degli Stati niti non cambia di una virgola".

Non ci sarà "nulla da chiedere" ma di fatto il governo italiano ha convocato l'ambasciatore Usa. Fini se lo sarebbe mai aspettato, chiede il Corriere? Il ministro replica: "certamente no, siamo davanti a una tragedia che colpisce la famiglia di un eroe, perché Calipari è morto da eroe".


Giuliana in viaggio verso l' Italia. Arrivera' alle 10.30

 Giuliana Sgrena e' gia' in viaggio verso l'Italia. la giornalista del Manifesto dovrebbe arrivare all'aeroporto romano di Ciampino attorno alle 10.30. Ad accompagnarla nel suo viaggio di ritorno alcuni funzionari del Sismi, mentre ad attenderla in Italia ci saranno il Ros e la Digos.

Ansa

Roma, 4 mar. (Adnkronos) -
E' in gravissime condizioni il carabiniere ferito a Baghdad nella sparatoria seguita all'operazione nella quale e' stata liberata la giornalista Giuliana Sgrena. La conferma arriva dal 'Manifesto'.
(Vib/Opr/Adnkronos)


scritto da maurocherubino
marzo 05, 2005 09:08 / p-link / / commenti

Invia anche tu la lettera al Presidente Ciampi!